Foodinvest, l’ira dei Malavolta

I fratelli Mario e Andrea: ci impediscono di riprenderci l’azienda, denunciamo giudici e curatela
TERAMO. Un'inusuale conflittualità continua a caratterizzare le vicende della Foodinvest Bakery, l'azienda superstite di quello che fu il più grande gruppo industriale alimentare abruzzese, il gruppo Malavolta, spazzato via da un rovinoso crac nel 2008. Lo stabilimento con sede nel nucleo industriale di Sant'Atto che produce merendine al latte resta tuttora, con 120 occupati e 25 milioni di fatturato, tra i più importanti del Teramano. Ma il suo presente è fatto di controversie che sembrano inestricabili e il suo futuro quantomai incerto.
TRA DUE FUOCHI. Da una parte si registra una lunga e stucchevole dialettica tra il tribunale di Teramo e la Richetti, l'azienda siciliana che dal 2008 detiene in affitto il ramo d'azienda Foodinvest Bakery, per varie questioni ma una su tutte: Richetti non paga l'affitto dal marzo 2012, dunque (come il giudice delegato ai fallimenti Giovanni Cirillo ha messo nero su bianco) occupa lo stabilimento senza titolo. Dall'altra parte premono i fratelli Mario e Andrea Malavolta (figli di Aristide, defunto patron del gruppo Foodinvest), che attraverso la società di cui sono consulenti _ la Rinnovamento Alimentare Srl _ vorrebbero riprendersi l'azienda, ma sostengono di trovarsi di fronte, da anni, a un muro secondo loro eretto dalle altre parti in causa per escluderli. Per questo annunciano denunce contro tribunale e curatela.
L'ASTA. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, per i Malavolta, è l'asta di macchinari e mobilio di uno dei due stabilimenti oggetto del fallimento. L'asta è stata espletata il 9 giugno e vi ha partecipato un solo offerente, una società riconducibile a Richetti. La Rinnovamento Alimentare ha tentato invano di bloccare la vendita, che ritiene illegittima «in quanto», spiega Mario Malavolta, «quelli sono beni che fanno parte del fallimento e quindi della nostra proposta di concordato fallimentare, che ha ricevuto un parere negativo dai curatori ma non è mai stata bocciata dal giudice ed è dunque ancora in piedi. Il tribunale, in sostanza, ha permesso a chi non paga l'affitto da tre anni e mezzo di prendersi dei beni a meno del prezzo di ferro e di fare, oltre che a noi, un grave danno ai creditori».
IL GIALLO DELLA PEC. La posta certificata con cui i Malavolta, il giorno prima dell'asta, diffidavano tribunale e curatela a procedere, è stata respinta dagli indirizzi del tribunale e ricevuta da quelli dei curatori Gaetano Biocca e Giancarlo D’Andrea. I quali, però, hanno comunicato al giudice Cirillo l'esistenza di quella diffida solo il 18 giugno. Il giudice ha allora chiesto loro di giustificare perché non hanno depositato l'istanza in udienza, di redigere «breve ma urgente relazione che dia atto del parere a suo tempo da essi espresso su proposta di concordato fallimentare», di precisare «se e come i beni oggetto di vendita sono stati presi in considerazione nel piano concordatario». I curatori hanno depositato la relazione richiesta, giustificando il proprio operato (la diffida sarebbe arrivata loro troppo tardi per essere scaricata prima dell'apertura delle buste), ribadendo i motivi per cui non ritengono congrua la proposta di concordato targata Malavolta e sottolineando che la vendita all'asta di quei beni è stata vantaggiosa per la massa dei creditori che, senza, avrebbe dovuto supportare i costi per il trasferimento dei beni, visto che la proprietà dell'immobile aveva chiesto la liberazione dei locali o in alternativa il pagamento di un'indennizzo. Ma secondo Mario Malavolta «nelle spiegazioni riportate si evincono validi aspetti per presentare ulteriori denunce».
DENUNCE IN ARRIVO. Il maggiore dei fratelli Malavolta non usa mezzi termini e dice: «In questi anni ci siamo trovati di fronte a un autentico muro di gomma, adesso la misura è colma. Con i nostri legali abbiamo preparato un dossier che elenca tutti i comportamenti a nostro avviso non congrui tenuti da tribunale e curatori contro di noi e a favore di Richetti. Dobbiamo sapere se questo modo di procedere è legittimo o no e devono dircelo altri giudici, per questo chiederemo chiarezza e verità attraverso una serie di esposti. Se necessario, arriveremo al Consiglio superiore della magistratura».
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