«Fuggiti dalla Nigeria perché omosessuali»

In aula i tre prostituti accusati di sequestro e rapina a clienti teramani: «Mai fatto del male a nessuno»
TERAMO. Raccontano di essere fuggiti dalla Nigeria «perché lì gli omosessuali li ammazzano o li seppelliscono vivi», di aver sempre avuto «clienti abituali» e di non aver «mai sequestrato o rapinato nessuno».
Parlano in aula i tre prostituti nigeriani in carcere dall’anno scorso con accuse, tutte in concorso, che vanno dal sequestro di persona a scopo estorsivo alla rapina. Tutti, una volta arrivati in Italia, sono finiti in centri di accoglienza e da qui poi hanno raggiunto varie località. «Ho scelto di fuggire in Italia», racconta uno dei tre ragazzi, «perché mi avevano detto che in questo Paese potevo stare al sicuro, non avrei dovuto nascondere il mio essere. Parte dei soldi che ho guadagnato con la prostituzione li ho inviato a mia madre che vive in Nigeria con i miei fratelli e che è rimasta vedova». I tre, secondo l’accusa della Procura, avrebbero approcciato le vittime utilizzando un’app per incontri omosessuali con falsi nickname, poi le avrebbero minacciate per costringere a pagare somme variabili tra 100 e 400 euro. Accuse sempre respinte. Secondo le difese «la richiesta di denaro avveniva dopo la prestazione sessuale, regolarmente svolta e preventivamente concordata anche sotto l'aspetto economico». Nel processo non ci sono parti civili. I tre sono difesi dagli avvocati Tulliola e Luigi Immanuel Aloè e Andrea Palazzeschi. Si torna in aula ad ottobre davanti alla Corte d’assise presieduta dal giudice Francesco Ferretti (a latere Marco D’Antoni con i popolari) per discussione e sentenza.(d.p.)

