Gasdotto esploso, udienza con 21 imputati

La Procura chiede il processo per disastro colposo. Legambiente, Wwf e Comune parti civili contro Snam Rete Gas
TERAMO. Resta l’immagine di quel gasdotto squarciato a ricordare una drammatica giornata. Due anni dopo la cronaca dell’esplosione di Pineto approda per la prima volta in un’aula di tribunale con l’udienza preliminare a carico di 21 persone tra responsabili tecnici ed amministrativi di Snam Rete Gas che la Procura accusa, a vario titolo, di disastro colposo. Davanti al gup Giovanni De Rensis si sono costituite parti civili Legambiente e Wwf (rappresentate dall’avvocato Tommaso Navarra) e il Comune di Pineto rappresentato dall’avvocato Luigi Guerrieri. Altra strada hanno scelto i quindici residenti (molti quei quali riuniti in un comitato) che si sono ritrovati con le case distrutte: in tre, in rappresentanza delle famiglie coinvolte, si sono costituiti solo per le lesioni, mentre per il resto andranno avanti in sede civile dove già sono in corsi svariati procedimenti per il riconoscimento dei danni. Nel corso dell’udienza è stata chiesta la citazione del responsabile civile di Snam Rete gas, mentre è stata stralciata la posizione di tre per un difetto di notifica. L’udienza è stata aggiornata al 31 gennaio.
La Procura (il pm Silvia Scamurra è il titolare delle indagini) a conclusione di una lunga e complessa indagine ha messo sotto accusa le modalità con cui Snam Rete Gas avrebbe realizzato alcuni lavori di messa in sicurezza nel tratto di Pineto del metanodotto Ravenna-Chieti. Secondo il pm fin dal 2008 le costanti attività di monitoraggio svolte dalla società sulle tubature avrebbero messo in luce come la condotta, nella parte successivamente esplosa, si fosse alzata di circa 26 centimetri rispetto al 2001. Un aspetto che, per l'accusa, avrebbe evidenziato uno stato di tensione del tubo legato ai movimenti del terreno (in un'area classificata a moderato rischio idrogeologico) e rispetto al quale l'azienda aveva programmato una serie di interventi. Interventi indicati come realizzati nell'estate del 2010, con l'obiettivo di ridurre lo stato di tensione ma che, all'atto pratico (sempre secondo la Procura) sarebbero stati fatti in maniera difforme a quanto preventivato. Sotto accusa, in particolare, la mancata realizzazione di un sistema di drenaggio delle acque, giustificata con il fatto che all'atto degli scavi, nel mese di agosto, non fosse stata rilevata presenza di acqua. Sempre secondo la Procura, nonostante già nel 2008 fossero state evidenziate due deformazioni della condotta, le corde estensimetriche che avrebbero dovuto consentire un attento monitoraggio della situazione rispetto ai movimenti del terreno, sarebbero state posizionate in maniera errata. «La contestazione di disastro ambientale rende bene la gravità del fatto e l'incidenza negativa sul territorio delle terre del Cerrano da sempre oggetto di attenzione di tutela ad opera del Wwf e di Legambiente che si sono quindi costituite parte civile con ammissione delle stesse già disposta, ha commentato l'avvocato Navarra, «seguiremo il processo con spirito propositivo nel più ampio quadro di attenzione per la politica energetica regionale e nazionale».
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