Giustizia-lumaca, la ministra cita in Senato un caso teramano

20 Gennaio 2022

TERAMO. A quella mamma che le aveva scritto per raccontarle che da cinque anni aspetta giustizia nel processo in corso a Teramo per il figlio vittima di un incidente sul lavoro, la ministra Marta...

TERAMO. A quella mamma che le aveva scritto per raccontarle che da cinque anni aspetta giustizia nel processo in corso a Teramo per il figlio vittima di un incidente sul lavoro, la ministra Marta Cartabia allora aveva risposto chiamandola personalmente.
Un anno dopo è partendo da quella missiva, dopo averla letta in aula, che la ministra della Giustizia, alle prese con la riforma del sistema, ieri mattina ha illustrato in Senato la sua relazione sull’amministrazione della giustizia.
La lettera è quella scritta dalla mamma di Roberto Morelli, un camionista di 31 anni di Napoli che nel 2017 venne travolto da una balla di plastica nel piazzale di un’azienda di Castelnuovo Vomano dove era andato a caricare del materiale. Per quell’infortunio sono imputati in sei in un processo per cui da poco c’è stato il rinvio al 16 marzo dopo la rinuncia del perito nominato dal tribunale al termine dell’istruttoria dibattimentale.
«Quella della mamma di Roberto», ha detto la ministra in aula, «non è una storia isolata. È una storia paradigmatica e dà voce a tanti cittadini. È per ciascuno di loro che l’azione del ministero della giustizia è stata orientata verso un obiettivo che ho ritenuto cruciale: riportare i tempi della giustizia entro limiti di ragionevolezza come chiede la Costituzione, come chiedono i principi europei. Il principio della ragionevole durata del processo e gli altri principi europei che presidiano la corretta amministrazione della giustizia sono scritti per questo, per rispondere alle esigenze di chi come questa anziana madre attende dai nostri uffici giudiziari una parola di giustizia. Una parola di giustizia tempestiva perchè processi lunghi rappresentano un vulnus per tutti, per gli indagati e per gli imputati che subiscono oltre il necessario la pena del processo e il connesso effetto di stigmatizzazione sociale, per i condannati che si trovano a dover eseguire una pena a distanza di tempo, per gli innocenti che hanno ingiustamente subito il peso di un processo che può aver distrutto relazioni personali e professionali e sopratutto per le vittime e per la società che non ottengono in tempi ragionevoli un accertamento dei fatti e delle responsabilità». Annunziata Cario, la mamma di Roberto Morelli, ha 75 anni, e nella lettera alla ministra aveva scritto di temere, vista l’età, di non poter assistere alla fine del processo per la morte del figlio. «Sono sicura», aveva scritto, «che morirò prima di vedere la fine di questo processo, anche prima della fine del primo grado, chiudendo per sempre gli occhi senza poter sapere come e da chi è stato ucciso mio figlio. Prima di morire vorrei poter andare sulla tomba di mio figlio Roberto per dirgli che la giustizia terrena ha fatto il suo corso».(d.p.)
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