I ricordi di Gasbarrini: tre Papi Kappler e la Bologna degli artisti

13 Gennaio 2019

Il gastroenterologo originario di Civitella racconta il papà che curava i pontefici e l’amicizia con Dalla «Per lavoro ho girato l’Italia e il mondo, ma con la testa e con il cuore resto un abruzzese»

GIULIANOVA. C’è qualcosa di magico in una chiacchierata mattutina (l’appuntamento è alle 8) che ferma il tempo, materializza luoghi e persone in una carrellata che sa di storia. Perché Giovanni Gasbarrini, 82 anni, medico di fama internazionale con una carriera che nel 2013 gli è valsa il riconoscimento all'associazione United European Gastroenterology, srotola sequenze scolpite nella memoria di un bambino cresciuto tra Papi e frati che diventeranno santi, tra registi e musicisti che faranno l’altra storia di questo Paese. Un padre, Antonio, allievo di Forlanini e divenuto illustre medico di pontefici come Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI ma anche di politici come Giulio Andreotti, una «splendida giovinezza», come la descrive, nella Bologna di Lucio Dalla e Pupi Avati diventati «quasi fratelli». Immagini di una vita tra l’Abruzzo e il mondo, a cominciare da quelle foto in bianco e nero in cui lo si intravede alle spalle di Giovanni Gronchi e Amintore Fanfani mentre in Vaticano si comunica la morte di Pio XII. «Con il mio Abruzzo sempre nel cuore e nella testa» non si stanca mai di ripetere il professor Gasbarrini che è poco più di un bambino quando da Bologna, la città in cui il padre muove i primi passi di una carriera finita sui libri di storia, ogni anno torna nell’Abruzzo dei genitori: Civitella del Tronto, paese di nascita di papà, e Cugnoli, nel Pescarese, terra d’origine di mamma Elisabetta Tinozzi, fine scrittrice e tra le fondatrici dell'Antoniano di Bologna. Negli anni ci saranno l’Italia intera e il mondo, ma «nulla a che fare con la mia terra e la casa di Giulianova». Quella Villa Dulcis fatta costruire da papà Antonio diventata ritrovo di intellettuali, poeti e scrittori e che ha dato il titolo a tre libri scritti dal medico.
Suo padre è stato medico di Papi e politici. Che ricordi ha di quei nomi illustri?
« In Vaticano eravamo di casa. Mio padre, fondatore della società italiana di gastroenterologia e presidente per molti anni dell’associazione italiana di medicina interna, è stato archiatra di tre pontefici: Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI. Il primo lo ha assistito fino all’ultimo. I suoi racconti erano sempre molto umani, parlava di uomini e non di personalità. Mio padre era un illustre clinico ma da medico sottolineava sempre la necessità di avere empatia con i pazienti. Qualunque essi fossero. Per me e mia sorella era strano leggere di questi nomi, sentirli alla radio e poi, nel tempo vederli in televisione, e sentire papà che ne parlava come dei suoi pazienti. Quando morì Pio XII io, che ero un giovanissimo medico, ero presente con mio padre e ricordo il profondo dolore che, nonostante l’austerità e il rigore dei luoghi, si percepiva».
Suo padre visitò anche Padre Pio circa quindici anni prima della morte. Come raccontava quell’incontro?
«All’epoca papà era medico di Giulio Andreotti e fu lui a chiamarlo per chiedergli di andare nel convento di San Giovanni Rotondo per fare una visita medica a Padre Pio. Ricordo che papà, che non aveva mai preso un aereo, salì su un Caccia dell’Aviazione e venne portato a San Giovanni dove non c’era ancora l’ospedale successivamente fatto costruire da Padre Pio. Raccontava che quando entrò nella sua stanza si sentì dire con tono burbero: «E tu cosa sei venuto a fare?». Gli disse che voleva visitarlo perché sapeva che non stava bene. All’epoca aveva un versamento pleurico e lui gli chiese di spiegargli che cosa fosse. Papà prese una siringa e fece un prelievo per fargli vedere quello che c’era. A questo punto fu lui a dirgli «Potrebbe essere un tumore?». E mi creda, a quei tempi, in pochi, se non tra addetti ai lavori, conoscevano il nome di quel tipo di patologie. Papà lo ricordava sempre. Credo che anche lui, nonostante l’essere medico di Papi lo avesse comunque messo nelle condizioni di avere a che fare con una profonda spiritualità, ne fosse rimasto particolarmente colpito. Da medico e da uomo».
Non solo Papi e santi. Durante la seconda guerra mondiale la sua casa di Bologna venne occupata dai tedeschi con quell’ Herbert Kappler che ordinò l’eccidio delle Fosse Ardeatine.
«I ricordi possono essere solo drammatici anche se da bambino non percepivo, fortunatamente, tutta la violenza di quei giorni. Ma ricordo con molta nitidezza quelle divise che si muovevano a casa nostra con i miei genitori che cercavano in tutti i modi di non spaventare noi bambini. C’è un momento particolare che ricordo e che vide protagonista la nostra amata cuoca e tata Barbara, una donna abruzzese che per 75 anni è stata con noi. Per me una seconda madre il cui ricordo mi fa ancora commuovere. Una sera Kappler raccontò ai miei che dopo aver individuato il luogo in cui Mussolini era tenuto prigioniero a Campo Imperatore aveva fatto intervenire i suoi militari per farlo liberare. Barbara, che era vicina al camino, con tutta la forza e il coraggio di noi abruzzesi disse in dialetto: «Bell cumpliment che c’avete fatt». Poi ancora quella mattina che Kappler fece uscire di casa alcuni giovani militari che la sera prima avevano bevuto: uno lo degradò, l’altro lo fece andare in collina e qui lo fece fucilare. Giorni bruttissimi, poi arrivarono i partigiani e la città fu liberata. Ero un bambino che stava in braccio al padre all’ingresso della città quando arrivarono».
Sono gli anni vissuti a Bologna dove suo padre era diventato un illustre medico. L’adolescenza e la gioventù nella Bologna di Lucio Dalla e non solo. Perché un periodo indimenticabile?
«Perché in quegli anni la Bologna intellettuale e profondamente legata alla cultura della musica per noi era diventata la capitale del mondo. Con Dalla e con Pupi Avanti ho avuto un rapporto d’amicizia intenso, una condivisione particolare di momenti che resteranno per sempre nella mia vita e che mi hanno insegnato ad essere un individuo aperto al mondo. Dalla è venuto anche a Giulianova alla festa che ogni anno in estate io e la mia famiglia organizziamo a Villa Dulcis. Una gradita sorpresa per festeggiare il mio compleanno».
Prima suo padre, poi lei ed ora i suoi figli: una dinastia nel mondo della medicina italiana. Si è mai sentito un barone della medicina?
«Ai tempi di mio padre la clinica medica era come un tempio ed entrarci era veramente difficile. Non so se fosse un bene o un male. Quello che posso dire è che quei “baroni” si circondavano di persone di grande valore e avevano la capacità di riconoscere il valore degli allievi e di farli emergere sempre. Oggi c’è un’apertura maggiore e diversa che, tra l’altro, ha consentito negli anni alla nostra medicina di essere una delle migliori al mondo. Mi creda, davvero non abbiamo nulla da temere nel confronto con altre realtà».
Qual è l’insegnamento più profondo che da medico le ha trasmesso e suo padre e che lei ha voluto trasmettere ai suoi allievi?
«Mio padre diceva sempre che bisogna sapere tutto dei pazienti, il loro essere innanzitutto individui, e poi conoscere gli esami. Diceva che bisogna avere tempo per i pazienti, per sentirli. Con un’attenzione: lasciarsi coinvolgere dal malato ma senza farsi prendere la mano».
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