I super esperti della Procura: «Miscuglio sotto il Gran Sasso»

In aula i consulenti della pubblica accusa: «Commistioni tra acqua di falda e quella potabile» Nel mirino i lavori fatti dopo l’incidente del 2002: «Sono stati portati a termine solo in parte»
TERAMO. Un sistema acquifero tra i più importanti d’Europa messo a rischio dalla convivenza forzata con strutture antropiche quali laboratori di fisica nucleare, gallerie autostradali dell’A24 e sistema di condutture delle acque idropotabili. Per Domenico Pianese, uno dei tre consulenti della Procura «tutti insieme appassionatamente con tante commistioni». La sintesi del docente di costruzioni idrauliche e idrologia dell’università Federico II di Napoli è l’istantanea efficace a raccontare, più di tante parole, la nuova udienza del processo sull’acqua del Gran Sasso con dieci imputati tra ex vertici di Istituto di fisica nucleare, Strada dei Parchi e Ruzzo Reti.
Una istruttoria dibattimentale iniziata due anni fa e che, tra stop imposti dalla pandemia e cambi di magistrati, riparte davanti al giudice Claudia Di Valerio dopo il passaggio del giudice Domenico Canosa in Corte d’appello. Più di tre ore d’udienza nel corso delle quali Pianese e Sabino Aquino, geologo, esperto di rilievi idrogeologici e ambientali, hanno illustrato la loro consulenza evidenziando tutta una serie di criticità emerse, di interferenze tra i laboratori, le gallerie autostradali e il sistema di condutture delle acque tali da creare un costante pericolo di inquinamento. «C’è stata una commistione tra acque di falda e acque idropotabili» spiega. Con una certezza di fondo che Pianese sottolinea più volte: ovvero l’assenza di gran parte di quelle opere che, dopo l’incidente del Borexino avvenuto nel 2002, l’allora struttura commissariale presieduta da Angelo Balducci (estraneo all’inchiesta della Procura teramana e non coinvolto nel processo in nessuna veste) aveva progettato di fare. A cominciare dagli interventi volti alla perfetta impermeabilizzazione del pavimento fino a quelli previsti sulle aste drenanti che corrono lungo le gallerie autostradali. «Un festival dei buoni propositi» non esita a definirlo il consulente. Che aggiunge: «Da cittadino spero sia stato fatto qualcosa».
Perché era stato proprio questo il quesito posto dalla Procura teramana (pm Greta Aloisi, Davide Rosati e Stefano Giovagnoni) ai super esperti: e cioè «se all’esito dei lavori eseguiti dal commissario Balducci i livelli di sicurezza delle infrastrutture e delle attività svolte all’interno del massiccio del Gran Sasso (centro di ricerca scientifica ed annesse gallerie di servizio, sistema autostradale, opere di captazione, raccolta e distribuzione di acque potabili nonchè tutte le altre opere e servizi connessi) siano o meno conformi alla tutela della qualità delle acque e, comunque, tali da escludere l’esistenza di pericoli per l’ambiente e la salute umana».
Prima dei due consulenti, in aula è stato sentito il maresciallo del Noe Luigi Giannangelo, all’epoca dei fatti in servizio al nucleo ecologico dei carabinieri di Roma e tra coloro che fecero i controlli all’interno del laboratorio per verificare la presenza di sostanze chimiche per esperimenti a circuito chiuso e il rispetto delle normative in base proprio a questo tipo di sostanze. Il militare, a questo proposito, ha detto «che il gestore aveva sempre adempiuto agli obblighi di legge». Si torna in aula a fine marzo con l’audizione del terzo consulente nominato dalla Procura (Vincenzo Belgiorno, ordinario di ingegneria sanitaria-ambientale all’università di Salerno e consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite a esso connesso) e con il controesame da parte degli avvocati della difesa. Controesame che avverrà per tutti i tre i consulenti essendo appunto una consulenza collegiale.
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