Ibrahima e il viaggio in barcone: aspettava moglie e figli in Italia

16 Aprile 2023

Il 24enne senegalese morto nel cantiere di Sant’Agostino preparava gli atti per il ricongiungimento Un connazionale: «Aveva attraversato a piedi il deserto, sognava una vita migliore per la famiglia» 

TERAMO. Tutte le notti sognava quegli occhietti neri pieni di tenerezza che ammirava con il sorriso fiero nelle fotografie che gli inviava la moglie. E tutte le mattine il desiderio di rivederli nei visi del primo figlio di due anni e mezzo e del piccolino di quasi un anno – che non aveva mai conosciuto, perché nato dopo l’ultimo viaggio in Senegal – gli dava la forza di affrontare un’altra dura giornata lavorativa in cantiere.
Ibrahima Dramè si era abituato al freddo degli inverni continentali, alla fatica del mestiere di operaio, ma non alla nostalgia dei colori e dei sapori dell’Africa lontana e soprattutto alla mancanza della famiglia, che aveva in progetto di portare in Italia per dare ai figli la possibilità di studiare per un futuro migliore, quello che non aveva potuto avere lui. Nella sua casa di Fontanelle di Atri, dove viveva ormai da qualche anno, giacciono i documenti per il ricongiungimento familiare: il suo sogno di una vita finalmente tutti insieme si è infranto per sempre sull’asfalto di una via del centro di Teramo. A giugno avrebbe compiuto 25 anni l’operaio che mercoledì è precipitato da un’impalcatura da un’altezza di dieci metri nel cantiere di ricostruzione post-sisma della chiesa di Sant’Agostino. Un collega che stava lavorando con lui si è salvato cadendo sulla bancata sottostante.
L’incidente, per cui è in corso un’inchiesta, è confluito nella contabilità di quelle che vengono chiamate “morti bianche” e ha spezzato la vita e i sogni di un migrante che sette anni fa era riuscito ad arrivare in Italia.
«Ibrahima, come tanti connazionali, aveva affrontato “il viaggio della morte” partendo giovanissimo a piedi dal sud del Senegal, dalla regione di Sehidiou nella Bassa Casamance, attraversando Mali, Burkina Faso, Niger, il tratto di deserto chiamato “la strada verso l’inferno” per approdare in Libia», racconta Mbissane Cisse, presidente di Aisam, l’associazione immigrati senegalesi Abruzzo e Marche che con il console onorario del Senegal Tullio Galluzzi ha raggiunto il fratello della vittima arrivato dalla Toscana. «Da lì si era poi imbarcato su di un barcone, di quelli stracolmi che si vedono in televisione in balìa del mare, delle onde e soprattutto con la voglia smisurata di arrivare qui», continua il connazionale, «era felice perché ce l’aveva fatta e sono sconvolto se penso che è riuscito a superare tutti gli innumerevoli pericoli che quella rotta porta con sé nelle zone di guerra e di instabilità politica e se n’è andato in una normalissima e routinaria giornata di lavoro, svolgendo il suo dovere con serietà».
Prima di lui i fratelli hanno affrontato lo stesso viaggio: Dramè proveniva da una famiglia di agricoltori in una zona rossa per povertà, pericoli e basso tasso di scolarizzazione che si estende tra l’enclave del Gambia e della Guinea Bissau e non voleva restarci. In Abruzzo inizialmente si era fermato a Roseto dove aveva lavorato come bracciante nei campi, ma poi si era trasferito ad Atri dove aveva trovato impiego come operaio edile nella ditta Alba Restauri dove lavorava. Con lui nel momento dell’incidente c’era anche un connazionale che condivideva la stessa abitazione.
Nella piccola comunità di Fontanelle, scossa per l’accaduto, tutti lo conoscevano e lo descrivono come un lavoratore capace, una persona riservata, tranquilla, onesta. Un’esistenza tranquilla la sua, intervallata da qualche breve viaggio di ritorno in Senegal dove andava a trovare la famiglia e dove aveva sposato la storica fidanzata. «Una vita migliore soprattutto per i figli, permettere loro di studiare e affermarsi qui in Italia era il suo sogno», prosegue Cisse, «ma il desiderio più grande era quello di conoscere il figlio piccolo. Immaginava quel momento tutti i giorni, i documenti per il ricongiungimento ne sono la prova, ma non ci è riuscito e questa cosa è davvero triste. Da grandi i figli saranno fieri e orgogliosi del loro papà». La notizia della tragica morte è arrivata in Toscana dal fratello, che è subito arrivato a Teramo, e in Africa dai suoi cari che lo piangono da lontano increduli di non rivederlo più e di non ricevere più le lettere, i messaggi tramite telefono e le fotografie che raccontavano la sua quotidianità nel Paese che lo aveva accolto.
«Il fratello è sconvolto come tutta la nostra comunità», dice ancora Cisse, «non si può morire così giovani e in questo modo e siamo tutti uniti attorno alla famiglia dando il nostro contributo e conforto e aspettando di capire la dinamica dell’incidente». Una volta fatta l’autopsia e ottenuto il nulla osta per la sepoltura la salma di Ibrahima resterà in Italia per un saluto di amici e colleghi; poi tornerà a riposare tra la sua gente e nella sua Africa. «Organizzeremo una preghiera tutti insieme per il nostro fratello», conclude Cisse, «poi tornerà nel posto che portava nel cuore e resterà sempre un esempio della dignità di un uomo, di un migrante e di un padre che ha costruito la sua vita piena di sacrifici e rinunce lontano da casa e dagli affetti per dare un futuro migliore alla propria famiglia».
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