Il coraggio di Cinzia dopo il sisma «La vita ricomincia da mio figlio»

È sopravvissuta al crollo della Casa dello studente dell’Aquila, oggi ha 31 anni ed è diventata mamma «Dopo tutto questo tempo il pensiero di chi non c’è più non mi lascia mai, ma ora guardo al futuro»
TERAMO. Il rumore della speranza è il vagito di Adam, 9 mesi e un futuro tutto da scrivere nel nome di una mamma speciale. Perché Cinzia ti porta dritta al cuore di questa storia che è quella di chi è sopravvissuto ad una notte infinita, agli altri che non ci sono più, alle macerie di quella Casa dello studente diventata da subito il simbolo del terremoto dell’Aquila. Cinzia Di Bernardo quel 6 aprile di dieci anni fa aveva poco più che vent’anni, arrivava da Castelli con una borsa di studio e il sogno di diventare una psicologa. Ma basta un attimo per seppellire tutto sotto una piramide di macerie e ritrovarsi in un’alba di morte ad invocare aiuto e contare chi non c’è più. Dopo 10 anni, in questa Italia che continua a non garantire sicurezza collettiva pur sapendosi costantemente a rischio sismico, Cinzia si è ripresa la sua vita con un figlio, un compagno (il suo Simone), una laurea in psicologia applicata, clinica e della salute. Anche se ti dice: «Non pratico ancora, non riesco ad entrare in contatto con il dolore degli altri». Perché con il passare degli anni le tragedie possono diventare solo più dolorose e imparare a conviverci non è mai semplice. Lo sa bene lei che dopo il terremoto è rimasta all’Aquila «perché era come se la guarigione di questa città fosse anche la mia». Le parole di Cinzia si muovono ancora tra le ferite, ma ogni giorno fanno meno male. Grazie ad Adam, a Simone, alla famiglia, agli amici (quelli di oggi e quelli che non ci sono più), al coraggio di una ragazza diventata donna tra le macerie di una città. E che oggi è tornata a sorridere.
Da quella notte infinita alla nascita di suo figlio. Come si riprende a vivere dopo quel 6 aprile di dieci anni fa?
«Il verbo giusto da usare è sopravvivere. Perché si sopravvive a quello che hai visto e che non potrai mai più dimenticare, al silenzio e alle urla, alla polvere e all’assurdo, con il senso di colpa per chi non c’è più. Ma poi arriva un momento in cui si torna a vivere e a combattere anche e soprattutto in nome di chi non c’è più solo perché il caso ha voluto che fosse così. Inizialmente ti ritrovi con la vita stravolta per le grandi e piccole cose: dagli amici che non ci sono più alla banalità di libri e computer di studi che hai perso. Poi il dolore e la paura che ti accompagnano. Ma la vita ti sorprende sempre e, nel bene e nel male, ti regala sempre qualcosa».
Quanto è stato importante l’arrivo di suo figlio?
«Mi ha reso positiva verso il futuro. Diventare genitori è un’esperienza che ti cambia la vita. Nel mio caso la nascita di mio figlio mi ha dato il coraggio di guardare al futuro, di credere che, comunque vadano le cose, c’è sempre un domani. Che può arrivare dopo tanto ma arriva sempre. Mio figlio porta il nome di mio padre che non oggi non c’è più, di una persona buona e coraggiosa, di fondamentale importanza nella mia vita. La nascita di mio figlio ha modificato radicalmente la mia personalità e da mamma cercherò di proteggerlo sempre. Mi auguro che non dovrà vivere un’esperienza di questo genere e cercherò di non fargliela conoscere a livello di dolore».
Dopo il terremoto lei si è laureata e ha continuato a vivere all’Aquila lavorando per un periodo in un call center. Perché la scelta di rimanere in quella città?
«L’Aquila è una città che mi ha dato tanto, mi ha fatto conoscere tantissime persone, mi ha dato l’opportunità di inseguire il sogno di diventare psicologa. È stata una città accogliente per noi studenti, pronta a non lasciarti mai sola, a coccolarti come se fosse la tua città. Sono rimasta anche dopo il sisma per aiutare perché sentivo che tutti insieme potevamo rialzarci. Era come se la mia guarigione passasse dalla guarigione di questa città. Purtroppo poi ci si scontra con la realtà che è quella di una burocrazia che rallenta tutto, di meccanismi difficili, di scontri continui e ci si adatta a quella che di fatto è una nuova realtà. Ma io sono convinta che alla fine il coraggio degli aquilani prevarrà su tutto e questa città tornerà a splendere, tornerà a guardare al futuro con la stessa forza e apertura che io ho percepito quando dieci anni fa sono arrivata per studiare insieme a tanti altri ragazzi. Molti di loro oggi non ci sono più, ma è anche e soprattutto per loro che non bisogna arrendersi ai tempi scanditi dalla burocrazia, ai fondi che non arrivano, ad uno Stato che non sempre si fa sentire. Ho imparato sulla mia pelle che la vita va avanti sempre e comunque. E arriva anche il momento in cui quello che ti toglie ti restituisce. In maniera diversa, ma basta saperla apprezzare».
Cosa ricorda di quei giorni e di quella drammatica notte?
«Ricordo che io ero abbastanza stanca degli allarmi che si ripetevano. Ormai durava da mesi, ci stavamo abituando a convivere con le scosse. Io come tanti altri studenti come me che erano arrivati da tutta Italia per studiare all’Aquila. E poi tutti, a cominciare dagli esperti, ci dicevano di stare tranquilli, che tanto non sarebbe successo nulla, che lo sciame prima o poi sarebbe finito. Quella sera c’era già stata una scossa, così come nelle serate precedenti. Ricordo che avevo deciso di andare a dormire presto sperando che non succedesse nulla perché l’indomani avevo il tirocinio e quindi volevo essere concentrata. Non andò così. La parte della Casa dello studente dove io mi trovavo sprofondò ma fortunatamente la nostra camera rimase integra. Ci hanno soccorso i pompieri dopo tre, quattro ore. Da quella stanza siamo usciti vivi tutti. Da tante altre no e questo pensiero non mi abbandonerà mai».
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