«Il coraggio di dire basta grazie all’aiuto della Fenice»

Il racconto di due vittime di maltrattamenti che si sono rivolte al centro: «Mio marito mi diceva: se ti uccido vado in galera ma tu non esisterai più»
TERAMO. Le parole si muovono tra le ferite perchè, nel Paese in cui dall’inizio dell’anno 67 donne sono state uccise da mariti, fidanzati o ex, raccontare non è mai facile.
Ma per ricordarci quello che ci succede intorno abbiamo bisogno più di facce che di numeri senza nome perchè le storie servono a questo: ad evitare che tutto scivoli nell’aberrante abitudine. «Perchè alla fine ci si abitua a tutto, anche a morire lentamente»: Caterina (la chiameremo così) lo ripete spesso mentre mette in fila il suo passato e soprattutto il suo presente. Quello di chi dopo dieci anni ha scelto di voltare pagina nel nome del figlio, un bambino di otto cresciuto troppo in fretta.
Un percorso lungo e difficile in cui lei, come tante altre, è stata aiutata dalle operatrici del centro antiviolenza “La Fenice”. Dal 2008, ogni anno, seguono centinaia di donne che continuano a bussare in cerca di un aiuto: 36 quelle prese in carico dall’inizio dell’anno, quasi quattrocento in otto anni di vita. Tutto sfidando burocrazia e risorse sempre più esigue con la professionalità e la grande disponibilità di tutte le operatrici. «Io questi angeli non li dimenticherò mai» continua Caterina che a 40 anni si è ripresa la sua vita e quella di suo figlio. «E’ difficile ribellarsi alla violenza psicologica soprattutto quando ormai anche tu fai fatica a prenderne coscienza», dice, «tante volte sono scappata, ma tante volte sono tornata perchè non ho mai trovato l’appoggio di altri familiari che potevano aiutarmi. Mio figlio mi ha fatto trovare la forza di lasciare e ricominciare perchè in questi anni lui ha sempre vissuto nel pesante clima di tensione che c’era in casa. Con urla continue e botte. Mio marito, il mio ex marito, mi diceva che io non contavo nulla, che non sapevo fare niente, neanche la mamma. “Se ti uccido mi posso fare al massimo 5 o 6 anni in galera, ma tu non esisterai più ed io lentamente ho cominciato a morire perchè non avevo la forza di ribellarmi». Caterina nel lasciare la casa dell’orco, come lo chiama, si è ripromessa soprattutto una cosa: «Non far diventare mio figlio come lui». Oggi che festeggia il primo traguardo di donna libera è sicura che quella scommessa l’ha già vinta.
E se Caterina insegue il futuro, c’è chi vive il presente con l’incubo di vedersi togliere il figlio piccolo. Come Angela (un altro nome di fantasia) che di anni ne ha 29 e che il padre di suo figlio lo ha già denunciato tante volte. «Perchè a casa si litigava sempre con lui che si giocava anche i soldi del mio stipendio» racconta questa giovane donna. «Quando ci siamo separati», dice, «per mesi mi ha seguita. Ovunque andassi c’era lui. Era dappertutto. Avevo il timore che la cosa potesse peggiorare sempre. Una volta l’ho registrato con il telefonino: ho registrato lui che mi seguiva sempre e con quel video l’ho denunciato. Ma non è successo niente. Ora ho più paura di prima perchè ho il timore che visto che non è successo niente lui si possa sentire autorizzato a fare a di tutto. Per questo io ora sono molto più attenta nel muovermi, nello spostarmi, nel parlargli. E vivo con la continua paura che tutto possa succedere da un momento all’altro». Il cahier de doléances è lungo come il numero delle donne che continuano a bussare al centro in cerca di un aiuto senza distinzione di età, studi, classe sociale. Perchè la cronaca racconta che i centri antiviolenza non sono solo un nascondiglio per chi ha denunciato, ma uno spazio in cui gli operatori aiutano la donna a riconquistare l’autostima, a trovare un supporto psicologico, un supporto legale, la possibilità di avere un lavoro. «Perchè la violenza sulle donne non è una emergenza momentanea» ripete chi ogni giorno mette la sua professionalità al servizio delle tante Caterine che arrivano. E che sono sempre di più.
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