Il Covid blocca a Leopoli due famiglie di Colledara

I fratelli Michail e Ivan, operai in Italia, erano andati dai parenti con mogli e figli La madre: «Non sono potuti tornare perché contagiati, ora sono in pericolo»
COLLEDARA. Il Covid ritarda la partenza da Leopoli di due famiglie di ucraini residenti a Colledara e allo scoppio della guerra rimangono bloccati. È la storia dei fratelli Michail e Ivan, che lavorano nel Teramano come operai edili, e delle loro famiglie raccontata dalla mamma, Stefania Buckok, che lavora come assistente a un invalido nel comune della Valle Siciliana e non riesce a darsi pace per quanto accaduto. Mentre parla ha gli occhi lucidi per l’angoscia.
«Le vacanze di Natale sono state gli ultimi giorni di felicità prima della catastrofe», dice, «purtroppo si sono contagiati tutti, non contemporaneamente, e non sono potuti partire. Il 24 febbraio quando ho appreso le notizie alla tv ho iniziato a urlare e a fare tantissime telefonate. La linea era saltata e lì mi sono sentita morire perché credevo fosse accaduto loro qualcosa di grave». Michail e Ivan appena guariti hanno messo al sicuro la nonna e si sono diretti alla frontiera, ma sono stati bloccati. «Sono cittadini ucraini e per legge, essendo uomini, non possono lasciare il Paese», prosegue, «le mogli non sono volute tornare insieme ai bambini e dopo il bombardamento della città si sono rifugiati in un villaggio, in uno stretto sotterraneo dove vivono con altre persone, tutte accalcate, e non si riesce nemmeno a respirare».
Stefania è in contatto con loro e sente al telefono il suono delle sirene che le fa sobbalzare il cuore, già provato anche perché suo fratello è a Kharkiv, dove i russi gli hanno ucciso tutte le mucche e ha rischiato anche lui la vita, mentre il nipote si è arruolato con l’esercito. «I miei nipotini mi raccontano che quando c’è l’allarme recitano le preghiere e che non vogliono più restare sottoterra. I miei figli fanno da tramite con le associazioni umanitarie nella distribuzione di aiuti e fanno le ronde notturne con altri volontari. Nessuno dorme per la paura e quando dormono hanno gli incubi». Le fotografie dei bambini sorridenti, nonostante tutto, donano a Stefania qualche minuto di sollievo, ma poi torna ad assalirla l'angoscia.
I figli le hanno assicurato di tornare appena possibile. «Non vivo più e sono logorata dalla sofferenza», conclude, «ho lasciato i miei tre figli per 23 anni per lavorare qui e ora che posso recuperare il tempo con loro sono lontani e in guerra. Per questo prego Dio ogni giorno che quest’incubo finisca e che possa finalmente riabbracciarli».
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