Il giudice: «La banca era solida e non voleva truffare i clienti»

4 Agosto 2018

Le motivazioni delle 28 assoluzioni di dirigenti e dipendenti tra cui l’ex direttore generale Di Matteo «Niente raggiri sulla vendita ai risparmiatori, il commissariamento era un’ipotesi non prevedibile»

TERAMO. È l’immagine di una banca solida «decisa ad onorare il patto con i clienti» e sicuramente lontana dall’idea di un commissariamento il filo conduttore delle sessanta pagine con cui il giudice Flavio Conciatori motiva la sentenza di assoluzione che, in primo grado, ha chiuso il processo teramano per la presunta truffa sulle azioni ex Tercas. Sessanta pagine di ricostruzione rigorosa e certosina per spiegare, proprio in considerazione del tipo di reato contestato, l’assenza di ogni dolo da parte dei 28 imputati, tra dipendenti e figure apicali a cominciare dall’ex direttore generale Antonio Di Matteo(difeso dalla figlia Claudia e da Gianni Falconi). Mentre a Roma è ancora in corso il processo per il crac dell’istituto di credito, la sentenza del tribunale mette un primo punto fermo in una vicenda complessa e sfaccettata come quella ex Tercas. L'accusa per tutti (assolti perchè il fatto non costituisce reato) era quella di truffa per aver venduto ai clienti azioni spacciandole per investimenti a un anno con un rendimento garantito. I fatti risalgono al 2011, prima del commissariamento del 2012.
L’OPERAZIONE. Conciatori parte dalla nascita dell’operazione di vendita e scrive: «L’intera operazione era stata concepita dal direttore generale (e probabilmente tutt’altro che sconosciuta al consiglio di amministrazione) allo scopo principale di alleggerire la banca dal peso di una eccessiva presenza di azioni proprie nel proprio portafoglio. Ed è proprio per scongiurare un tale scenario che in precedenza i vertici della banca avevano concesso dissennati finanziamenti a 5 società che nel febbraio 2007 avevano acquistato il pacchetto di azioni in possesso di Banca Intesa, pari al 20% del capitale Tercas per un controvalore di 5.200.000, 00 euro. La cura si era rivelata peggiore del male posto che le 5 società avevano maturato verso Tercas esposizioni per circa 140.000.000, 00, ossia per quasi 30 volte il valore delle azioni rilevate». E circostanzia: «Essendo stata riscontrata la mancanza di interesse all’acquisto di azioni Tercas da parte di grandi investitori, la soluzione del problema venne dunque presumibilmente individuata nel collocamento sul mercato presso piccoli risparmiatori».
NESSUN RAGGIRO. Per il giudice non c’è stato nessun raggiro. Scrive: «Non vi era dolo perchè il vantaggio della banca era solo formale, consistendo nell’apparente cessione delle azioni proprie, con tutti i connessi risvolti di immagine in tema di patrimonio di vigilanza, mentre il vantaggio economico era destinato alla migliore clientela che otteneva un rendimento certo impossibile per qualunque investimento a capitale garantito. E non poteva esservi dolo perchè in nessun caso il top management dell’istituto di credito, ma anche i semplici direttore di filiale, avrebbero ritenuto conveniente (per la banca o per sè) danneggiare e quindi (rischiare di) perdere i loro migliori clienti. E ad identica conclusione inducono le prove testimoniali secondo cui nè il direttore generale, nè i suoi più stretti collaboratori, invitarono o suggerirono ai capi aerea e direttore di filiali di sottacere alla clientela che si trattava di acquisto di azioni Tercas, di omettere di specificare alla clientela che il patto di riacquisto era esclusivamente verbale, garantito dalla parola del direttore stesso, di presentare l’operazione alla clientela come un normale “pronti contro termine”, così da convincerla erroneamente che la garanzia del capitale risiedesse nel rapporto contrattuale sottoscritto». Aspetti più volte sottolineati dalle difese come, in molti casi, dall’avvocato Antonietta Ciarrocchi.
BANCA SOLIDA. Scrive a questo proposito Conciatori: «Quanto poi alla possibilità che il promesso riacquisto non avesse luogo, la consapevolezza del rischio deve essere ragionevolmente esclusa con sicurezza crescente, a partire dal vertice fino all’ultimo dei dipendenti. Tutti, infatti, hanno affermato come l’immagine della Banca Tercas fosse, all’epoca, quella di una banca solidissima, la più patrimonializzata d’Abruzzo, tanto da poter agevolmente acquisire la quasi totale partecipazione di Banca Caripe, in passato più grande della Tercas, ma in quel periodo in gravi difficoltà». E aggiunge: «E d’altra parte il provvedimento autorizzativo rilasciato da Banca d’Italia pochi mesi prima per il compimento dell’operazione non poteva che contenere giudizi lusinghieri sulle condizioni di Banca Tercas».
GLI UTILI DEL 2010. Numeri alla mano scrive Conciatori a pagina 59: «La Tercas, inoltre, aveva chiuso a bilancio l’esercizio 2010 con circa 17.000.000, 00 di utili, somma grosso modo corrispondente al valore dell’intera operazione Aor-Eur 2011, anche al netto di dividendi ripartiti. L’unica persona che poteva nutrire delle riserve sulla solidità della banca Tercas nel mese di giugno 2011 era quindi il solo direttore generale, al quale non potevano sfuggire le criticità rimarcate nella richiesta di commissariamento che il 17 aprile 2012 la Banca d’ Italia inviava al ministero dell’Economia e della Finanza. Ma anch’egli non poteva ritenere plausibile la possibilità di un commissariamento, considerato che tali criticità non erano mai state evidenziate né dal collegio sindacale né dagli ispettori di Banca d’Italia (nonostante buona parte di esse fosse tutt’altro che occultata)».
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