Il papà di Melania Rea: «Dopo mia figlia una strage, ma lo Stato non fa niente»

Gennaro Rea: «Quindici anni fa mia figlia venne colpita con 35 coltellate e lasciata agonizzante dal marito Salvatore Parolisi che tra breve sarà scarcerato. Da allora tante donne uccise. Nel video del papà di Lorena tutta la disperazione di noi genitori»
TERAMO. Melania e le altre. Perché in un tempo dilatato fino all’insopportabile resta solo la raggelante consapevolezza che niente cambia. In questa Italia che non smette di contare le donne ammazzate ci vuole sempre una faccia, una storia per capire che quando l’angoscia del nulla finisce la memoria conserva solo dolore. Gennaro Rea lo ha imparato sulla propria pelle da quando 15 anni fa la figlia 29enne Melania è stata massacrata con 35 coltellate dal marito Salvatore Parolisi nel bosco delle Casermette, a Civitella del Tronto. E oggi che c’è un altro femminicidio a segnare un punto di non ritorno, Gennaro Rea cesella parole che sanno di rabbia e disperazione per stringersi a Franco Isceri, il papà di Lorena, la donna che l’ex fidanzato prima ha rinchiuso nel bagagliaio della macchina e poi ha ucciso scaraventandola da un viadotto dell’autostrada A1.
Il papà di Lorena in un drammatico videomessaggio rivolto al presidente della Repubblica ha chiesto di intervenire per fermare questa strage, ha chiesto alla politica di non dividersi sulle cose da fare. Come lei fece quindici anni fa.
«Ma la strage non si ferma. Anzi, le donne uccise sono sempre di più. Io so che cosa sta vivendo quel papà, so come sarà difficile sopravvivere perché dolore e rabbia non lo lasceranno più. A lui va il mio abbraccio più grande, ma anche la mia disperata certezza: dopo Lorena nulla cambierà e ci saranno ancora altri genitori costretti a piangere».
Dopo l’omicidio di sua figlia è stata approvata la legge sul femminicidio, ma la strage continua. Che cosa non c’è ancora?
«Manca sempre la certezza della pena in una Italia in cui lo Stato continua a guardare questo infinito elenco di donne uccise da uomini. Guardi il caso della mia Melania e pensi che l’anno prossimo l’assassino di mia figlia potrà pensare alla libertà, a rifarsi una vita, come se l’omicidio fosse stato una parentesi. Io non credo che chi ha ucciso in quel modo possa redimersi, possa pentirsi e debba avere permessi premio. Penso invece che chi ha fatto una cosa così possa rifarla. E allora credo che sia giusto che resti in carcere per sempre perché uno che fa una cosa del genere può solo rimanere in cella. Ogni volta che una donna viene uccisa da un uomo per me è una coltellata perché dopo Melania nulla è cambiato, anzi è peggiorato. Ogni giorno, quando leggo un giornale o guardo un tg, la cronaca mi butta in faccia l’ennesimo caso. Dopo l’omicidio la mia famiglia ha fondato un’associazione contro la violenza sulle donne perché l’attenzione resti sempre alta, ma è lo Stato che deve fare di più».
In questi anni lei ha contattato i genitori di altre donne uccise, a cominciare da quelli di Elena Ceste, la mamma di Costigliole d’Asti ammazzata nel 2014 dal marito e il cui corpo venne ritrovato dieci mesi dopo. Condividere lo stesso dolore aiuta a sopravvivere?
«Ho pensato a tutti quelli che vivono questa situazione e che in questa Italia sono sempre di più visto che i femminicidi non si fermano. Ho pensato ai figli delle vittime, ai tanti che restano senza genitori e per cui i nonni diventano mamme e papà. Ho pensato a tutto questo e ho cominciato a cercare chi vive la mia stessa condizione. Per sentirci meno soli in questo Paese dove la giustizia per le vittime non c’è mai e quando c’è è sempre poca».
L’ex caporalmaggiore Salvatore Parolisi, il marito di Melania, è stato condannato a una pena definitiva di vent’anni dopo che la Cassazione ha eliminato l’aggravante della crudeltà così come, tra l’altro, di recente è stato fatto per Filippo Turetta che ha ucciso la ex fidanzata Giulia Cecchettin. Lei crede sia stata fatta giustizia?
«Non posso dire che la mia Melania abbia avuto giustizia perché non l’ha avuta. Il marito l’ha uccisa con 35 coltellate mentre la loro figlioletta di 17 mesi era in auto, l’ha lasciata agonizzante in un bosco e dopo qualche giorno è tornato ad oltraggiare il corpo per depistare le indagini. Ma per i giudici e per il codice penale questo non vuol dire essere crudeli. La stessa cosa nelle motivazioni della sentenza hanno detto di Turetta che ha ucciso Giulia Cecchettin. Mi hanno spiegato che per i giudici essere crudeli significa altro, significa un altro modo di interpretare la sofferenza fisica. Ma che valore ha la sofferenza umana? Come si fa dire quanto possa soffrire una donna che vede l’uomo che ama colpirla fino alla morte? Parolisi ha sempre mentito, ha mentito a noi, agli investigatori che cercavano la verità. Ha sempre raccontato bugie ma nonostante questo è stato premiato dalla giustizia che qualche anno fa gli ha concesso di uscire per un permesso premio. E anche in quest’occasione ha continuato a mentire, a dire bugie. I permessi sono stati bloccati, ma sappiamo tutti che prima o poi per lui arriverà il momento di uscire. Potrà tornare dai suoi familiari, ma mia figlia non tornerà più e questa è per me non è giustizia».
Sua nipote aveva 17 mesi quando la madre venne uccisa a pochi metri dall’auto in cui si trovava. Oggi è una giovane donna che vive con lei e sua moglie dopo l’affidamento del tribunale dei minori. In questi anni che cosa le è stato detto?
«Mia nipote ha fatto domande da quando era piccola. Le ha sempre fatte perché noi parliamo sempre di sua mamma. Mia nipote è cresciuta nella verità. È stata seguita dagli psicologi del tribunale ed è cresciuta conoscendo la verità. Negli anni anche io e mia moglie siamo diventati psicologi, psicologi di noi stessi, per affrontare con lei tutto al meglio cercando di mettere da parte il dolore di genitori per essere solo nonni. E vedere come è cresciuta serena ci riempie la vita. Ma tutte le volte che la guardo penso con rabbia a chi le ha impedito di crescere con sua madre, con una ragazza che aveva solo 29 anni e tanta voglia di vivere. Mia nipote non potrà mai ricordare una sua carezza, una sua parola, una sua favola della buonanotte. Si dovrà accontentare di vedere sua mamma nelle foto, di conoscerla dai racconti dei nonni, degli zii, delle amiche».
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