Il reduce: mi è morto fra le braccia

Il racconto del 95enne Valentino Di Franco che ricorda il commilitone di Ortucchio
ISOLA. Gambe amputate dal ginocchio, il novantacinquenne Valentino Di Franco è l’unico dei reduci presenti ad Isola. Lui che doveva morire in Russia abbandonato dai suoi commilitoni, è la testimonianza viva di quello che accadde in quel quadrivio insanguinato. «E’ bello essere qui oggi. Il mio cuore non lascia mai i miei fratelli morti sul campo di battaglia». L’alpino, sul palco accanto alle autorità civili e militari, non a caso si è emozionato al passaggio del gruppo di Ortucchio (L’Aquila). Con le lacrime agli occhi, ha voluto omaggiare quel gagliardetto medaglia d'argento al valore civile. «Non posso dimenticare Ferdinando Santilli di Ortucchio» ha raccontato con un filo di voce «era il 20 dicembre 1942 quando allo scoppio di una bomba mi morì tra le braccia».
E ancora: «Finchè sarò in vita, sarò qui ad Isola vicino agli alpini. E non mi stancherò mai di ripetere ai giovani ciò che hanno fatto i loro bisnonni. Noi abbiamo fatto un’Italia bella a cui dovete tenere e che dovete coltivare con attenzione». E poi come un fiume in piena inizia il suo racconto, partendo da un pugnale che trovò da bambino in un baule. «Quel pugnale», spiega, «era di mio padre Franco. Nella prima guerra mondiale, in un corpo a corpo col nemico gli salvò la vita a Caporetto. Mia madre mi raccontò questa storia quando, 19enne, partii per la guerra. Ma io non usai quel pugnale, io strinsi tra le mie mani l’immagine di San Gabriele. Avevo i piedi congelati: per otto giorni rimasi sotto la neve, a 40 gradi sottozero. Camminai per 30 chilometri una notte intera nella steppa, solo. Ad un certo punto vidi avvicinarsi una slitta con i soldati tedeschi, cercai di aggrapparmi. Ma con il calcio del fucile uno di loro mi diede un colpo sulle dita e mi fece cadere a terra. Rimasi quasi privo di conoscenza, quando sentii una voce che mi diceva: “Alzati che ce la fai”. Ed è stato così». Il racconto arriva ai 14 interventi chirurgici subiti per le sue gambe, amputate per congelamento. Valentino piangendo conclude: «Ho vissuto il purgatorio da bambino, non avevamo nulla. Poi sono passato all'inferno, quello bianco della steppa russa e oggi, nonostante la mia sofferenza sto vivendo il paradiso». (c.d.l.)

