Immigrati pachistani accampati da venti giorni davanti alla questura

TERAMO. La paziente attesa che si fa resistenza, in una lotta quotidiana silenziosa e quasi invisibile, che non cede il passo alla disperazione ma si nutre di speranza. La stessa speranza che ha...
TERAMO. La paziente attesa che si fa resistenza, in una lotta quotidiana silenziosa e quasi invisibile, che non cede il passo alla disperazione ma si nutre di speranza. La stessa speranza che ha alimentato un viaggio lungo mesi, dal Pakistan fino all'Italia, seguendo la rotta mediorientale e balcanica. Una fuga che per dieci migranti significa una possibilità di vita nuova, dignitosa e di pace, che deve necessariamente passare dalle carte. L'attesa dei documenti per Ahmed e i suoi compagni di viaggio è l'ennesima prova di resistenza che in questa fase non si consuma lungo i disperati tragitti della migrazione, ma nel cuore di Teramo.
Qui, davanti alla questura di viale Bovio, il gruppetto di pakistani ha occupato un locale di distributori automatici. Si tratta di un cafféshop, aperto 24 ore su 24, che è anche un Amazon Hub (un punto di ritiro pacchi acquistati online). Da venti giorni i dieci ragazzi sono accampati lì, con coperte e altre poche cose: dormono, mangiano, vivono in quello spazio ridotto, praticamente sul ciglio della strada, fra palazzi e negozi, davanti agli uffici della questura dove lo scorso 4 luglio hanno presentato domanda di protezione internazionale. Ahmed e i suoi compagni, fra questi anche un afgano, chiedono asilo all'Italia ma ottenere i documenti, compresi quelli provvisori per restare legalmente nel nostro Paese, non è un processo celerissimo. La prefettura ha comunicato loro, tramite la questura, di non avere posti disponibili nei centri di accoglienza e così hanno deciso di fermarsi lì, all'interno del cafféshop. Non vogliono allontanarsi, anche perché il 26 luglio dovranno ripresentarsi all'ufficio immigrazione.
Ahmed parla un po' inglese, ci racconta con pudore la fatica del viaggio, della famiglia rimasta in Pakistan, dell'attesa per i documenti. Vorrebbe, per sé e per i suoi amici, un alloggio in uno dei centri di accoglienza della provincia e la possibilità di iniziare a lavorare. «Solo questo, solo questo», ci ripete. Hanno tutti fra i 20 e i 40 anni, la loro presenza nel cafféshop non è passata inosservata: qualcuno ogni tanto gli lascia qualcosa da mangiare, qualcun altro concede loro di ricaricare i cellulari nel proprio negozio. Un ristoratore della zona la sera offre un piatto di pasta o una pizza. Le condizioni nelle quali vivono, anzi sopravvivono, non sono dignitose ancor più in questi giorni di gran caldo: non hanno servizi igienici, si lavano per strada o nelle fontane. Anche lo spazio per dormire è insufficiente e qualcuno si è creato un giaciglio sotto il porticato della vicina scuola Comi. Alcuni residenti hanno rappresentato la situazione alle autorità, nella speranza che si possa trovare presto una sistemazione decorosa per questi ragazzi.
Veronica Marcattili
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