Imprenditore vittima di usura difende in aula chi gli dava i soldi

26 Gennaio 2024

L’uomo ha ritirato la denuncia nei confronti di una rom, finita a processo anche per estorsione: «Mi ha aiutato, ma mi sono spaventato quando un uomo ha minacciato di uccidere la mia famiglia»

TERAMO. La sua testimonianza in aula è lo specchio di quell’Italia dove, raccontano i numeri, le denunce per usura sono crollate. Ma certamente non il reato. E se in un processo i fatti inseguono una loro verità, almeno giudiziaria, allora dicono tanto le parole dell’imprenditore vittima di usura che non si costituisce parte civile, ritira la denuncia nei confronti della donna imputata di usura e davanti ai giudici, sentito come teste, ripete: «Non ho niente contro di lei, le ho chiesto aiuto quando ero in difficoltà e l’ho avuto, ho fatto la denuncia perché a un certo punto mi sono spaventato quando un uomo ha cominciato a minacciare me e la mia famiglia di ammazzarci perché ero in ritardo con la restituzione di un prestito». Minacce avvenute con telefonate continue e videochiamate.
Imputata, con l’accusa di usura ed estorsione, è Cristina Di Giorgio, 50enne di etnia rom di Giulianova, all’epoca dei fatti arrestata e attualmente in carcere per altri fatti (la donna è assistita dall’avvocato Eugenio Galassi). Nel procedimento era coinvolto un altro imputato, un uomo accusato di minacce ed estorsione, che ha scelto un rito alternativo e l’anno scorso ha patteggiato. Secondo l’accusa, così si legge nella richiesta di giudizio immediato, «la donna era d’accordo con l’uomo per fare pressioni sulla vittima». Gli atti giudiziari, anche se in aula l’uomo ha detto di non ricordare molti aspetti e ha contestato i verbali di denuncia, ricostruiscono che nel 2022 l’imprenditore ha chiesto e ottenuto dalla donna quattro prestiti da tremila a cinquemila euro. Nella richiesta di giudizio immediato viene contestato anche un altro prestito da 8mila euro, ma in aula l’imprenditore lo ha negato. Tutti con interessi usurari che la Pubblica accusa stabilisce «pari al 521,43% a fronte di un tasso legale previsto per il periodo del 17, 1750%». L’accordo per la restituzione prevedeva 10, 15 giorni di tempo e una maggiorazione che di volta in volta varia da 500 a 700 euro.
«I primi tre prestiti li ho restituiti con tutti gli interessi chiesti», ha detto l’uomo, «poi però ho avuto altri problemi con l’azienda e quindi l’ultimo prestito non l’ho restituito. A questo punto sono iniziate le telefonate continue dell’uomo che mi diceva di essere la persona a cui Di Giorgio aveva chiesto i soldi e che quindi dovevo pagare altrimenti avrebbe ammazzato me e la mia famiglia e anche lei».
Telefonate e videomessaggi che l’imprenditore, all’epoca della denuncia, ha presentato ai carabinieri e saranno prodotte nell’istruttoria in corso davanti al collegio presieduto dal giudice Francesco Ferretti (a latere i giudici Marco D’Antoni e Martina Pollera).
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