Iniziativa per salvare Cavatassi condannato a morte in Thailandia

5 Febbraio 2018

L’imprenditore originario di Tortoreto spera ancora dopo aver fatto ricorso alla Corte Suprema Per lui si mobilitano due associazioni umanitarie, domani una conferenza stampa in Senato

TORTORETO. Sulla vicenda di Denis Cavatassi, l’imprenditore 50enne originario di Tortoreto emigrato per lavoro in Thailandia e accusato nel 2011 dell’omicidio del socio in affari Luciano Butti, dopo un iniziale risalto mediatico era calato il silenzio da anni. E non tanto per dimenticanza, quanto per una scelta precisa. I familiari dell’accusato avevano adottato questa strategia su consiglio di persone che conoscono le istituzioni thailandesi e secondo le quali gridare all’ingiustizia, o comunque difendere mediaticamente la causa dell’accusato, sarebbe stato controproducente. Ma questo silenzio non ha comunque dato alcun aiuto a Cavatassi, che è stato condannato sia in primo grado che in appello alla pena di morte. La condanna di secondo grado risale ad oltre un anno fa, da allora Cavatassi è tornato in carcere (era stato arrestato subito dopo l’omicidio, venne poi liberato su cauzione) e ora la sua vita è appesa al ricorso proposto alla Corte Suprema, estremo grado di giudizio del Paese asiatico. Ma ora per lui c’è anche una mobilitazione italiana che partirà domani alle 17, nella sala Caduti di Nassiriya del Senato, con una conferenza stampa alla quale interverranno Luigi Manconi, politico di lungo corso e presidente della commissione diritti umani del Senato, i fratelli di Denis Romina e Adriano Cavatassi, il legale italiano dell’imprenditore Alessandra Ballerini, il presidente di Amnesty International Italia Antonio Marchesi e l’avvocato della Onlus “Prigionieri del silenzio” Francesca Carnicelli.
L’obiettivo è chiaro: accendere (finalmente) i riflettori sul caso di un italiano che rischia la pena di morte per un delitto al quale si è sempre dichiarato estraneo e del quale è stato ritenuto il mandante, da due tribunali thailandesi, in processi che a quanto pare sono stati condotti in un modo che, secondo i familiari di Denis, ha poco a che vedere con le garanzie di rigore ed imparzialità che dovrebbero vigere in uno Stato di diritto. «Noi familiari e le associazioni umanitarie che si occupano del caso», dice Adriano Cavatassi al Centro, «con l’aiuto del senatore Manconi vogliamo sensibilizzare le autorità italiane al fine di chiedere a quelle thailandesi una revisione del processo. Nostro fratello è stato condannato a morte non si sa bene in base a quali prove, il poliziotto che ha condotto l’inchiesta non si è neanche presentato in tribunale. Denis reclama il diritto a un processo giusto».
Cavatassi in Thailandia gestiva un ristorante a Phi Phi Island, una delle mete turistiche internazionali del Paese, e il toscano Luciano Butti era suo socio. Del delitto, all’epoca, si accusò un thailandese, conoscente comune di Cavatassi e Butti, che scagionò l’imprenditore tortoretano e venne arrestato in quanto esecutore materiale dell’omicidio insieme a due complici. Tutti sono stati condannati a morte ma la stessa sorte ha avuto Denis Cavatassi, ritenuto dagli inquirenti locali il mandante. In questi anni, fino alla condanna in appello che lo ha riportato in carcere, Cavatassi ha continuato a gestire il ristorante di Phi Phi Island e non ha mai voluto lasciare il Paese, dove vive con la moglie thailandese e una figlia, fiducioso di poter dimostrare la propria innocenza. Questa fiducia si è schiantata su una tragica realtà, ora gli serve un aiuto mediatico e soprattutto politico.(red.te)
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