«Intervisto le 90enni per salvare la memoria del mondo contadino»

L’ex docente Galiffa, storico del territorio, basa i suoi libri sui racconti di chi ha vissuto una civiltà ormai sparita
NERETO. In un mondo che corre all’impazzata, c’è chi si ferma e guarda indietro per salvare almeno la memoria di una società e una cultura, quella contadina, che fino a 60 anni fa era dominante nel nostro territorio e poi è stata spazzata via dal cosiddetto progresso. Il salvataggio di questa memoria passa attraverso un metodo tanto faticoso quanto semplice: andare a sentire com’era quel mondo dalla viva voce dei nonni e delle nonne che da giovani furono contadini. L’autore di queste preziose interviste, confluite in diversi libri, si chiama Francesco Galiffa, è di Nereto e ha 75 anni. Ha insegnato materie letterarie nelle scuole medie della Val Vibrata, la sua passione è sempre stata la storia e ne è derivata una scelta ben precisa a livello universitario: cinquant'anni fa si è laureato con una tesi sulla storia del brigantaggio in provincia di Teramo. Oggi, oltre a pubblicare libri, scrive di storia sulla Rivista abruzzese.
IL METODO
«La ricerca storica», dice Galiffa, «a distanza di anni dalla laurea è tornata nei miei interessi per un fine didattico, perché insegnare su argomenti astratti porta i ragazzi a distrarsi. Così abbiamo fatto dei progetti, soprattutto a Nereto e Controguerra nei miei ultimi anni d'insegnamento, in cui si andava sul territorio alla ricerca di argomenti affini a quelli del corso di studi, ad esempio le fiabe: andiamo a trovare gli anziani, ho detto ai miei alunni, e sentiamo le fiabe raccontate da loro. Stessa cosa per i canti, la cucina, i monumenti. Abbiamo puntato sulla storia del territorio e stampato anche dei libri su queste ricerche. Una volta andato in pensione, con gli alunni migliori ho creato un corso di ricerca storica finanziato dal Comune di Controguerra: uno di questi allievi è Matteo Di Natale, insieme abbiamo pubblicato un libro sulle risorse idriche del comune di Controguerra dalle vecchie fontane all'acquedotto del Ruzzo. Poi ho fatto ricerche per conto mio e pubblicato libri basati sia su fonti edite che su fonti orali. Su questo secondo filone, quello delle fonti orali, ho scritto “L'oro dei contadini”, incentrato sulla coltivazione e l'utilizzo del grano, “Nel regno dei legumi” e “Il ragazzo che parlava con gli uccelli”, che raccoglie fiabe della tradizione orale della Val Vibrata. Mi considero un allievo di Ludovico Gatto, docente di Storia medievale alla Sapienza, che mi ha insegnato il metodo didattico del coinvolgimento, dell'approfondimento fatto in prima persona».
LE 25 CONTADINE
E poi è arrivato “Eravamo contadine”, un imponente affresco sulla vita quotidiana e sui costumi di mezzadri e piccoli proprietari terrieri della Val Vibrata basato tutto su voci femminili. Nell’ultimo anno e mezzo il libro, edito da Arsenio, in un lunghissimo tour di presentazioni sul territorio ha suscitato interesse al punto da superare le mille copie vendute, un risultato eccezionale di questi tempi. Galiffa ne parla così: «Nell'Oro dei contadini avevo intervistato soprattutto uomini, mancava l'altra metà di quel mondo. Pochi storici sono andati a sentire dai contadini com'era la loro vita, e le donne dei contadini sono state ancor meno considerate. Dalle interviste fatte a venticinque signore ultranovantenni della Val Vibrata emerge l'importanza delle donne in quella società, c'era una divisione dei compiti e delle responsabilità con gli uomini. Non è vero, dunque, che le donne non avevano potere gestionale: lavoravano come e più degli uomini, il capofamiglia gestiva l'azienda e loro gestivano la casa».
Diverse, in base all’età, le reazioni di chi ha letto il libro. Galiffa dice: «Chi è coetaneo delle donne intervistate ci si è ritrovato tale e quale; quelli della mia generazione, che hanno vissuto l'ultima parte di questa storia, hanno detto: quante cose mi hai fatto ricordare. Quanto ai giovani, un'insegnante della provincia di Udine che ha letto ai suoi alunni di seconda elementare il capitolo sulla scuola ha constatato grande interesse, addirittura entusiasmo: è stata tempestata di richieste di ulteriori informazioni. L’approccio dei giovani verso il mondo che fu dei loro nonni è curioso: credo sia un libro che va portato nelle scuole, perché conoscere la storia dei contadini, che un tempo erano l'80 per cento degli italiani, significa conoscere la storia di tutto il Paese».
COSA È RIMASTO
Di quel mondo è sparito tutto o qualcosa sopravvive? Galiffa la vede così: «Fino alla mia generazione è rimasto molto soprattutto nei comportamenti, l'ho potuto verificare a scuola. Ho notato una differenza enorme tra i ragazzi dell'interno, ancora educati secondo la morale della civiltà contadina, e i ragazzi della costa. La famiglia contadina ci teneva che i figli fossero educati e studiassero, il rispetto dell'insegnante e dell'autorità era nell'indole del contadino. L'ultima generazione questi valori li ha completamente persi, anche nei paesi dell’interno».
Ma che fine hanno fatto le migliaia di contadini della Val Vibrata di un tempo? «Quando finì la mezzadria, negli anni Sessanta, le donne ancora giovani andarono in fabbrica, qualcuna nei magazzini ortofrutticoli. Gli uomini emigrarono o diventarono operai e manovali, un po' tutti insomma entrarono nel processo produttivo dell'industria. Certo, l'agricoltura in Vibrata sopravvive, ma in modo completamente diverso. Dalla mezzadria siamo passati all'affitto ai terzisti. Sui terreni ci sono tre cicli di produzione ogni anno, con uso abbondante di concimi e fertilizzanti. Bisogna correre, altrimenti non ci sono margini di guadagno. E poi oggi bastano poche persone per condurre un'azienda, una volta il mezzadro doveva fare tanti figli per forza perché servivano braccia. Oggi la manovalanza è quasi tutta straniera».
ARTIGIANI CERCASI
Galiffa sta già preparando un nuovo lavoro sulla Val Vibrata che fu. «Continuerò su questa strada del recupero della memoria», conclude, «ora voglio occuparmi dei mestieri artigiani _ calzolaio, sarto, fabbro e così via _ di cui finora non si è occupato nessuno. E sarà più difficile trovare persone che parlano perché gli artigiani erano pochi, a differenza dei contadini».
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