L’appello di Silvia: «Giustizia per mia sorella e mio cognato»

Il dolore e la rabbia di una 36enne di Atri: «Dovevano ripartire prima, sono rimasti per uno sconto È tutto senza senso: che siano morti in questo modo e che il processo non sia ancora iniziato»
ATRI. Un dolore di quelli che aprono il cuore e non sanno più rimetterlo a posto. Con la rabbia e la disperazione che ti succhiano i giorni. «Sono già passati cinque anni senza che sia stata fatta giustizia come se la ricerca della verità fosse stata lasciata solo a noi familiari delle vittime»: Silvia Angelozzi aveva poco più di 30 anni quando nel 2017 la sorella Sara e il cognato Claudio Baldini, entrambi di Atri, morirono a Rigopiano, nell’hotel travolto da una valanga di neve e incuria.
Oggi Silvia è una donna che non si arrende, che insieme ai familiari delle altre 28 vittime insegue la verità. Si appella a quella certezza del diritto che lei, con la madre per anni dipendente del tribunale di Teramo, ha respirato sin da piccola. «A noi figli mamma ha insegnato ad avere sempre fiducia nella giustizia anche se con i suoi tempi», dice, «e per questo io confiderò sempre in uno Stato che garantisce giustizia. Ma la vita fuori dal codice è fatta del quotidiano e mi creda tutte le volte che io e gli altri familiari ci ritroviamo in tribunale per sentirci dire che l’udienza è stata rinviata, che bisogna attendere ancora i tempi di una consulenza tecnica, è come se ci arrivasse una coltellata. Ne possiamo sentire il dolore quasi fisico. Perché in cinque anni è come se nulla fosse accaduto dal punto di vista della giustizia. L’unica certezza è che mia sorella e mio cognato non ci sono più. Per il resto solo supposizioni e rinvii».
Sara e suo marito Claudio avevano 40 anni. Lei gestiva un centro estetico e di benessere con la stessa Silvia, lui aveva un’agenzia di servizi pubblicitari. Tutto ad Atri. Innamorati e benvoluti. «Sara aveva dieci anni più di me ed era come una seconda mamma», ricorda Silvia, «erano legatissimi a mia figlia che trascorreva molto tempo con loro che non avevano figli. Pensi che nella loro abitazione aveva anche una sua cameretta dove spesso restava a dormire». Sara e Claudio avevano ricevuto in dono quella vacanza: da domenica 15 gennaio a martedì 17 gennaio. «Il 17 dovevano ripartire», racconta ancora Silvia, «ma dalla gestione dell’hotel hanno ricevuto la proposta di passare un’altra notte con uno sconto eccezionale. E hanno accettato».
Poi le foto a raccontare quello che in poche ore sarebbe diventato un incubo senza risveglio con i metri di neve a coprire le finestre, le scosse di terremoto, le telefonate sempre più difficili, l’angoscia e la paura. Fino a quel maledetto 18 gennaio. Sara e Claudio postano su Facebook la loro ultima foto con il titolo “Live from Rigopiano” con l’hotel completamente sommerso dalla neve. «Pensavano di trovarsi in un posto in cui la sicurezza era garantita ma non era così», dice Silvia, «in quell’albergo in quei giorni non doveva salire nessuno perchè c’era un’allerta. Invece hanno permesso che entrassero delle persone per trascorrere dei giorni di vacanza, che altre continuassero a lavorare. Tutto assurdo, tutto impossibile da credere. E oggi i nostri morti sono ancora lì a chiedere giustizia. Il dolore che non mi lascia mai è quello di pensare a quanta paura possano aver avuto nelle ultime ore mia sorella e mio cognato, ma nessuno poteva mai immaginare che negli anni duemila si potesse morire in questo modo». Il dopo appartiene sempre meno ai ricordi della prima ora e sempre più alla rabbia che portano morti senza senso. «Niente ha senso in questa storia», continua Silvia, «che delle persone muoiano in un posto che doveva essere sicuro, che nel duemila non si riesca a salvarle, che dopo cinque anni ancora non sia iniziato un processo. Le parole scritte da mia sorella in un ultimo messaggio “È un incubo, sono bloccata in albergo, siamo tutti nella reception” mi rimbombano nella testa ogni momento. Mi chiedo perchè nessuno abbia chiuso l’albergo prima dell’abbondante nevicata? Perché non siano riusciti a portarli in salvo?». Solo il 25 gennaio, una settimana dopo la valanga, i corpi di Sara e Claudio sono stati ritrovati. A Silvia è toccato in sorte anche il rito del riconoscimento. «Io non so dove va chi scompare», dice, «ma so dove resta. Mia sorella e mio cognato sono sempre con me, con i miei genitori che temono di andarsene prima di poter avere giustizia, con i miei fratelli. Loro sono in ogni cosa che facciamo, in un ogni respiro». Silvia e sua figlia (assistite dall’avvocato Wania Della Vigna) e tutti gli altri sono parte civile in un procedimento con 30 imputati, in un processo che deve ancora iniziare. E anche se a volte l’amarezza prevale sulla speranza, sulla disperazione e sulla rabbia, Silvia sa che non si arrenderà: «L’ho promesso a mia sorella e mio cognato, ho promesso loro che avranno giustizia». Il dolore è materia delicata. Ci sono molti modi per raccontarlo, per sottrarlo all’usura del tempo. Silvia sa che la strada è lunga, ma sa che a percorrerla con lei ci saranno Sara e Claudio.
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