L'appello di una madre: "Riaprite il caso di mio figlio"

10 Gennaio 2017

Luigi Edoardo aveva 19 anni quando venne investito e ucciso da una macchina mentre con il suo scooter andava a scuola. Indagini archiviate per tre volte, ma la donna ora scova un super testimone

TERAMO. Nove anni dopo il ragazzo che non c’è più è in mille pensieri, ricordi, azioni. Perchè non è vero che la morte è sempre uguale: quella dei figli uccisi sulle strade è qualcosa che non lascia margine, non concede pietà. «Un omicidio stradale in questo Paese fino a qualche mese fa era un omicidio di serie B per il senso di impunità», ripete Pasqua Gina D’Ambrosio, insegnante 59enne di Colonnella, che dopo aver girato l’Italia insieme ad altri genitori per ottenere il reato di omicidio stradale, oggi ha promosso una petizione per chiedere che vengano riaperte le indagini sulla morte del suo unico figlio. Luigi Edoardo aveva 19 anni e tutta una vita davanti quando il 2 settembre del 2008 venne investito ed ucciso da una macchina ad Alba Adriatica. Era in sella al suo scooter, aveva il casco, venne travolto da un’auto che faceva inversione di marcia: l’autista non è stato mai processato, l’inchiesta è stata archiviata nonostante le tre richieste d’opposizione. Ora c’è un procedimento civile con una istruttoria chiusa e una sentenza che non arriva.

Lei in questi anni non si è mai arresa. Ha continuato ad indagare, scovando anche un super testimone. Cosa vuole ottenere dalla riapertura delle indagini penali?

«Mio figlio non tornerà, ma non è giusto che chi ha sbagliato non paghi. Molte cose nella ricostruzione dell’incidente non sono state valutate nella loro complessità. Il Ctu ha stabilito che mio figlio transitava a 35 chilometri orari con il casco e teneva la destra. Dopo l’incidente volevo sapere avesse chiamato mamma prima di morire e io stessa ho chiesto il rapporto dell’intervento del 118. Ho scoperto così che non erano stati gli investitori a chiamare i soccorsi e neanche che non c’erano testimoni, ma che esisteva un super testimone che percorrendo la strada in senso opposto ha visto l’accaduto e ha chiamato i soccorsi. Poi si è allontanato perchè aveva una bimba piccola in auto che piangeva. Questo teste è stato sentito durante il processo civile, ma non nelle indagini penali».

In questa sua battaglia ha incontrato molte persone disposte ad aiutarla?

«L’ultima qualche mese fa. L’ingegner Paolo Lalli, un esperto di infortunistica stradale che dopo aver letto un articolo sul mio caso, mi ha contattata per aiutarmi nella ricostruzione. Gratuitamente».

Dopo l’incidente lei ha contattato altri genitori e insieme vi siete battuti per ottenere la legge sull’omicidio stradale. Basta per sopravvivere alla morte di un figlio?

«Sopravvivere alla morte di un figlio è come morire lentamente. Non ci si rassegna e non ci si abitua mai. Ma ci si può raccontare e si può lottare per evitare che continui a succedere, che nessuno paghi. Noi ci stiamo provando, per noi e nel ricordo dei nostri giovani travolti sulle strade. Mio figlio aveva 19 anni e un futuro tutto da vivere. Studiava teatro all’università, amava la pittura, era bello e intelligente ed era il mio unico figlio». ©RIPRODUZIONE RISERVATA