La storia: «A Roseto con due bambini a cui non so dire quando torneremo»

19 Dicembre 2017

TERAMO. Chiede l’anonimato perché ha due figli minorenni da tutelare e perché è pieno di rabbia nei confronti di quelle istituzioni che gli hanno tolto due case nel giro di pochi mesi, costringendolo...

TERAMO. Chiede l’anonimato perché ha due figli minorenni da tutelare e perché è pieno di rabbia nei confronti di quelle istituzioni che gli hanno tolto due case nel giro di pochi mesi, costringendolo a cambiare città e vita. Carlo (il nome è di fantasia) era uno degli inquilini delle case comunali di via Longo sgomberati dal Comune in vista dell’opera di demolizione prevista da un progetto – il cosiddetto housing sociale – mai partito. Con moglie e due figli era stato trasferito in una casa Ater a Colleatterrato, che però è stata dichiarata inagibile dopo il sisma del 30 ottobre 2016. «Dopo lo sgombero», dice, «che peraltro ritengo fosse ingiustificato in assenza di lesioni gravi, siamo stati in due alberghi di Teramo. Ma stavamo male. Abbiamo cercato una casa in affitto e con i soldi dell’autonoma sistemazione ne abbiamo trovata una adatta alle nostre esigenze a Roseto. A Teramo per un alloggio simile avremmo dovuto rimetterci i soldi ma non celo potevamo permettere, io sono un operaio edile rimasto disoccupato dopo che l’azienda dove lavoravo ha chiuso e mia moglie non lavora». Per la famiglia di Carlo, e soprattutto per i due figli (che hanno sei e nove anni), è stato uno stravolgimento. «Per forza devi cambiare vita», dice, «innanzitutto i due bambini hanno dovuto cambiare scuola, e poi stare lì non è come stare a casa. I tuoi spazi non li hai più. I miei figli mi chiedono da mesi: “papi, quando torniamo a casa?”. E io non so che cosa rispondere. Anzi, siccome ho lavorato a lungo nell’edilizia credo di sapere bene come andranno le cose quando partiranno gli appalti. Sarà un gran casino e nessuno controllerà. Intanto, gli appalti bisogna ancora farli partire. Io», conclude Carlo, «credo che se non ci uniamo tutti e non andiamo in massa all’Ater chiamando giornali e tv non si risolverà niente». (d.v.)