Lavorano ma prendono il reddito di cittadinanza: in quattro a giudizio

Si tratta di un’estetista, due artigiani e un muratore: per l’accusa hanno dichiarato il falso e percepito i soldi senza averne i requisiti
TERAMO. Dall’estetista a domicilio all’artigiano dei “piccoli lavoretti”, tutti rigorosamente in nero. Ufficialmente disoccupati senza entrate e quindi percettori del reddito di cittadinanza: in quattro a Teramo vanno a processo con delle citazioni dirette a giudizio del pm, le prime di quella che si annuncia una lunga lista.
Numeri a riflettere l’immagine di un Paese in cui tutto è sempre possibile fino a quando non scatta l’inchiesta giudiziaria a definire l’illecito. Cronache quotidiane che non sempre balzano agli onori della cronaca, ma che nei fascicolo giudiziari continuano a scandire la realtà. Che, in questi casi specifici, è quella fatta di piccoli artigiani o operai in qualche cantiere edile che si dichiarano disoccupati per ottenere il reddito di cittadinanza, ma anche di chi prova a fare il furbo pur avendo svariati beni di proprietà che non ha inserito nella documentazione presentata per il reddito di cittadinanza. In un anno di indagini il comando provinciale della guardia di finanza di furbetti ne ha scovati quaranta che complessivamente avrebbero percepito indebitamente contributi non dovuti per 251mila euro. Denunce finite in Procura con i primi quattro casi a processo con la citazione diretta firmata dal pm Davide Rosati. Per tutti, nel frattempo, l’Inps ha già provveduto a sospendere l’erogazione del reddito.
L’ipotesi di reato, prevista inizialmente come truffa e poi come indebita percezione di erogazioni pubbliche, è stata meglio definita nel decreto legge del 28 gennaio 2019 coordinato con la legge di conversione del 28 marzo 2019 riguardante proprio le disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e pensioni che all’articolo 7 stabilisce: «Salvo che il fatto non costituisca più grave reato, chiunque, alfine di ottenere indebitamente il beneficio rende o utilizza dichiarazioni o documenti falsi attestanti cose non vere, ovvero omette informazioni dovute, è punito con la reclusione da due a sei anni». E ancora: «L’omessa comunicazione delle variazioni di reddito o del patrimonio, anche se provenienti da attività irregolari, nonchè di altre informazioni dovute e rilevanti ai fini della revoca o della riduzione del beneficio entro i termini, è punita con la reclusione da uno a tre anni». Normative a definire i confini dell’illecito e del penalmente rilevante visto l’aumentare delle irregolarità.
A livello nazionale la guardia di finanza – che dispone di un apposito nucleo per il controllo della spesa pubblica – stima che i livelli di frode arrivino quasi al 70% dei casi sottoposti a controlli di base. Il metodo investigativo è l’indicatore Isee e la relativa Dsu (dichiarazione sostitutiva unica), cioè i punti di accesso al beneficio del reddito di cittadinanza che viene erogato o meno in base a questi indicatori. In questo modo la Finanza ha trovato false dichiarazioni rese in autodichiarazione che hanno consentito a molti di percepire illecitamente gli assegni. Le informazioni false eventualmente dichiarate non emergono dalle verifiche automatiche e possono essere scoperte soltanto da una capillare azione di monitoraggio.
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