Liliana: è assurdo che nessuno abbia potuto salvare i miei cari

2 Giugno 2019

Nel gennaio del 2017 il marito e il giovane figlio morirono assiderati, ma l’inchiesta è stata archiviata «Nel duemila la gente va sullo spazio e sulla terra si può morire di freddo in attesa dei soccorsi» 

TERAMO. «Nel duemila non si può morire assiderati»: è una manciata di parole che ferma il tempo e il respiro di chi ascolta. Perché la rabbia è così disperata da restare appiccicata addosso. Lo sa bene mamma Liliana che da due anni sopravvive a quel maledetto gennaio 2017 quando l’inferno di terremoto e neve portò via per sempre suo marito Claudio Marinelli, 56 anni, e Mattia, 22, il più piccolo dei suoi tre figli, usciti in auto per trovare la benzina necessaria per alimentare il generatore di casa e sorpresi da una bufera. «Fino alla fine ho aspettato che almeno mio figlio tornasse perché era testardo il mio Mattia», ti dice questa donna essenziale e forte come tutta la gente di montagna. L’inchiesta penale è stata archiviata: per i magistrati una tragica fatalità senza responsabilità, almeno non di quelle da perseguire penalmente. Perché spesso le esigenze della giustizia appaiono diverse, lontane da quelle di chi può solo sopravvivere senza gli altri. «È la pena più grande che mi accompagna, pensare che nel duemila possa essere considerato normale morire assiderati perché non ci sono i soccorsi che arrivano in tempo. Mio marito e mio figlio si potevano salvare». E se le tragedie hanno un prima e un dopo a ricordare per sempre quello che non è stato resterà quel grido disperato di Mattia nel video girato qualche giorno prima di quella drammatica sera che lo racconta mentre armato di pala cercava di liberare il suo paese: «Dove siete quando servite?», urla con tutta la forza dei suoi vent’anni e dei suoi sogni da giovane uomo. Erano i giorni delle scosse e della neve, dei lunghi blackout elettrici, della valanga di Rigopiano e di una regione isolata con gli elicotteri militari a lanciare dall’alto viveri e medicinali. Come in guerra.
Dopo due anni è più forte il dolore o la rabbia?
«Il dolore non passerà mai perché un giorno mio marito e mio figlio sono usciti, ci siamo salutati e non sono più rientrati a casa Il dolore scava ogni giorno dentro, ma la rabbia per come il dolore è arrivato è davvero tanta. Nessuno li ha salvati, non c’è stato un mezzo fatto uscire per pulire la strada. Impossibile dire quello che abbiamo passato e che ogni minuto questo dolore ci ricorda perché nel duemila non si può morire di freddo. Ancora più difficile accettare il fatto che per la giustizia non ci sono state responsabilità, che quello che è successo poteva succedere. Noi siamo gente di montagna e di nevicate nel corso degli anni ne abbiamo veramente viste tante. Siamo organizzati. Ma in quel gennaio di due anni fa, a differenza delle altre volte, c’è stato il lungo black-out elettrico che è stato veramente devastante. Era tutto bloccato a cominciare dai telefoni. L’assenza di corrente elettrica era la cosa che peggiorava tutto il resto».
Cosa ricorda di quella giornata?
«Tutto perché con il tempo trascorso ogni momento si è stampato nella mia memoria. Continuava a nevicare e l’energia elettrica non tornava. In casa, come in tante altre della zona, funzionava il generatore. Loro erano scesi in macchina per trovare la benzina necessaria per continuare ad alimentare il generatore visto che senza questo era impossibile fare qualsiasi cosa, anche ricaricare i telefoni cellulari. La corrente elettrica, infatti, mancava ormai da qualche giorno. Sulla strada del rientro, però, la macchina si era fermata. Mi hanno detto che sulla strada c’erano più di sessanta centimetri di neve, Hanno lasciato la macchina e si sono incamminati a piedi ma ad un certo momento sono stati sorpresi da una fortissima tormenta di neve. L’allarme è stato lanciato subito, ma nonostante questo non è successo nulla. Fino alla fine ho sperato e creduto che almeno il mio Mattia ce la facesse, che potesse rientrare. Ho sperato fino all’ultimo di vederlo rientrare dalla porta di casa perché come tutti i giovani della sua età era testardo e quindi ho pensato che magari potesse aver trovato riparo in qualche casa della zona. Ma così non è stato. Li hanno trovati dopo qualche giorno. Mio marito aveva cercato di trovare riparo in un piccolo canalone sotto la strada e qui i pompieri lo hanno trovato coperto di neve. Mio figlio ha cercato di andare avanti per chiedere aiuto».
La Procura teramana aveva aperto un’inchiesta contro ignoti, ma dopo alcuni accertamenti ha chiesto ed ottenuto l’archiviazione. Per la giustizia è stata una tragica fatalità senza nessun responsabile.
«E questo fa ancora più male. Perché nel duemila, con la gente che passeggia nello spazio, non può passare per una cosa normale il fatto di morire assiderati sotto la neve perché i soccorsi non arrivano, perché i telefoni cellulari non funzionano, perché la corrente elettrica manca da giorni. Questo a noi della famiglia ci fa veramente male. Noi non abbiamo mai accusato nessuno, ma certamente questa tragedia forse si poteva evitare. Invece così non è stato e oggi Claudio e Mattia non ci cono più».
Sulla strada dove avvenne la tragedia la sua famiglia ha voluto sistemare una croce per non dimenticare. Qual è l’insegnamento di una tragedia come quella vissuta dalla sua famiglia?
«Le tragedie restano tragedie con persone che non ci sono più, con sogni infranti e vite distrutte. A cominciare da quelle di chi resta. Penso che nel duemila non possa essere una nevicata, per quanto abbandonante e forte possa essere, a provocare tragedie come queste. Mi auguro solo che fatti come questi non debbano avvenire più, che una persona non muoia assiderata perché non ci sono mezzi in grado di soccorrerla, che anche l’emergenza più grave possa essere risolta in breve tempo, che i soccorsi possano arrivare sempre in tempo. Mi auguro che non ci siano altre famiglie costrette a piangere cari che non torneranno più a casa».
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