«Lo Stato paghi i danni del cannibale»

Pineto, l’uomo che la ridusse in fin di vita perché voleva mangiarle i piedi non dovrà risarcirla e lei scrive a Renzi
PINETO. Bastano e avanzano le parole dell’avvocato Mario Del Principe per spiegare il perchè: «Lo Stato non può abbandonare i cittadini». Perchè è ad uno Stato che è persona e non astrazione che la donna accoltellata e ridotta in fin di vita dall’uomo che voleva ucciderla per mangiarle i piedi si rivolge per chiedere un risarcimento danni. Il suo aggressore, quel Luca Michelucci che per la cronaca è diventato “il cannibale”, è stato dichiarato non imputabile perché incapace di intendere e volere (per lui è stata disposta la libertà vigilata di tre anni in una comunità) e, per lo stesso motivo, non dovrà risarcire la vittima. Così hanno stabilito i giudici d’appello riformando la sentenza di primo grado.
E allora il legale della donna Del Principe ha scritto alla presidenza del consiglio dei ministri appellandosi ad una direttiva dell’Unione Europea del 2004 che prevede l’indennizzo delle vittime di crimini violenti i cui aggressori siano irreperibili o nullatenenti. Direttiva per cui l’Italia nel 2006 è finita sotto infrazione della stessa Unione Europea. «La donna», si legge nella lettera, «pur avendo riportato danni di indubbia gravità sia per le lesioni riportate e violenze patite che per le necessitate mutate condizioni e abitudini di vita, fortemente pregiudicate, non ha in alcun modo conseguito il risarcimento del danno, anzi avendo dovuto farsi carico delle spese sanitarie per cure e riabilitazione e per quelle legali, necessitate anche allo scopo di preservare la propria incolumità dal possibile riavvicinamento del Michelucci, soggetto di conclamata pericolosità sociale essendo il suo stato patologico dichiarato non guaribile e, pertanto, sottoposto continuamente anche a cure farmacologiche di rilievo psichiatrico». La 47enne accoltellata dall’uomo mai visto prima che quella sera del 15 novembre del 2011 la sorprese mentre faceva jogging in pineta, per settimane è rimasta nel reparto di rianimazione tra la vita e la morte.
Oggi vive con l’incubo che quell’uomo possa tornare e sa che la sua vita non sarà più quella di prima. Sa anche che nessuna somma potrà restituirle la tranquillità di muoversi liberamente, di camminare senza la continua paura di essere aggredita. Ma da una parte bisognerà pur ricominciare. E allora, scrive l’avvocato nella richiesta inviata alla presidenza del consiglio, «l’entità dell’indennizzo spettante, alla luce della gravità dei fatti, delle lesioni subite, del pregiudizio psichico e fisico irreversibilmente prodottosi non potrà che essere commisurata, in via prudenziale e fatti salvi gli esiti delle cure e riabilitazioni ancora in corso, a somma non inferiore a 300mila euro».
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