Lococo a 36 anni docente di chirurgia toracica alla Cattolica

5 Gennaio 2020

ll medico teramano vanta esperienze lavorative all’estero e ha percorso la strada della ricerca, soprattutto sui tumori

TERAMO. Quando si dice bruciare le tappe. Filippo Lococo si è diplomato al liceo scientifico di Teramo a meno di 18 anni, è entrato alla facoltà di medicina della Cattolica sulla soglia della maggiore età e adesso, a 36, è diventato professore associato di chirurgia toracica, sempre all’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Non a caso è il più giovane associato di chirurgia toracica in Italia. Figlio di due medici, del chirurgo toracico Achille Lococo e della cardiologa Cristina Striglioni, a Filippo è venuto quasi naturale seguire la strada tracciata dai genitori.
Una scelta, quella della medicina, fatta per passione o per proseguire una tradizione di famiglia?
«Fino al liceo non pensavo a niente, ma quando hai due genitori medici ti ritrovi a confrontarti con questa scelta. Mi è sempre piaciuta l'idea di poter aiutare le persone, così come ho visto fare dai miei genitori. E poi mi ha sempre interessato la conoscenza delle cose, capire come funzionano certe situazioni. E la medicina soddisfa questa mia curiosità, senza avere una preferenza per una branca specifica. C'è una parte molto teorica e una parte molto pratica, la chirurgia aveva quest’ultimo aspetto preponderante.
Dopo un anno e mezzo in cui ho frequentato i reparti di medicina interna avevo l'impressione che c'era molta teoria ma che le risposte erano più lontane dalla pratica. Ho scelto chirurgia toracica non per seguire le orme di mio padre ma perché cercavo una branca oncologica».
Laureato nel 2007, specializzato nel 2013, lei ha speso molte energie sulla ricerca.
«Durante la specializzazione è subentrato un altro interesse, la ricerca. La medicina è molto teorica, la chirurgia è molto pratica, volevo collegare le due cose. La chirurgia può ridursi al solo atto manuale, può diventare un atto meccanico se non c'è alla base la conoscenza approfondita della patologia. Volevo capire, studiare le cose, così ho iniziato la ricerca al primo anno di specializzazione, quasi da autodidatta. Ho iniziato a scrivere i primi studi, a viaggiare per i congressi: avevo 25-26 anni. Sono stato a Osaka, con un progetto della Cattolica, per tre mesi nel 2011 ad apprendere nuove tecniche mini invasive sviluppate dai giapponesi. Un’esperienza positiva, proseguita negli anni con altri 4-5 viaggi per continuare la fase di ricerca.
A Fukuoka, peraltro, ho ricevuto premio “Masaoka award” per gli studi delle malattie del timo nel 2012. Tornato in Italia, dopo pochi mesi ripartito per Parigi dove sono stato 8 mesi all’ospedale Hotel Dieu, con un contratto di formazione. Era il 2013: lì ho partecipato a tutte le attività cliniche, chirurgiche e di ricerca. E ho conosciuto un primario italiano, Marco Alifano, con cui ho iniziato a lavorare, collaborazione che dura tutt'ora. Seguivo protocolli di ricerca sperimentali di immunoterapia».
Ricerche poi proseguite in Italia. Tanto che lei ha ricevuto nel 2012 il premio “Mario Selli” per il miglior ricercatore under 40.
«Finita la specializzazione a Roma, sono stato assunto all’Irccs (Istituto di ricerca a carattere scientifico, ndr) di Reggio Emilia. Contemporaneamente ho vinto la borsa di studio della Fondazione Veronesi con il compito di seguire lo screening del tumore al polmone, ed è iniziata la collaborazione con centri di Roma e Milano. A Reggio Emilia abbiamo iniziato a fare studi sull'oncologia, con scambi con Parigi, soprattutto su tumori rari del polmone e su immunoterapia. Siamo arrivati a farmaci sperimentali che in questi mesi stanno arrivando in commercio per alcuni tumori rari, insieme ai colleghi di laboratorio e agli oncologi in una seconda fase».
Arrivare con la ricerca a un nuovo farmaco è un obiettivo o un punto di partenza?
«La soddisfazione è poter dare una risposta in più a chi ha quel tipo di tumore, molto raro. Non è una cura miracolosa, siamo ancora lontani. Ho dato solo una piccolissima mano a quello che sarà il futuro della medicina. A Reggio Emilia abbiamo sviluppato un piccolo team di ricerca in tanti ambiti: su malattie del polmone e del timo, ad esempio, o anche sulle metodiche di imaging tumorale. Tutto questo continuando a fare il chirurgo».
Poi la nuova svolta, che è quasi un ritorno alle origini.
«Nel 2018 ho partecipato alla selezione ministeriale per gli incarichi universitari (l'abilitazione scientifica nazionale, ndr) e sono risultato idoneo come professore di seconda fascia, il più giovane fra i chirurghi toracici. Questo titolo di per sè non significa nulla, ma a luglio sono risultato vincitore di concorso al policlinico Gemelli – dove sono il più giovane associato – e di conseguenza alla Cattolica. In tutto il mio percorso professionale la persona che ha creduto in me e che rappresenta il mio padre putativo è l’attuale direttore della scuola di chirurgia toracica, nonchè primario al Gemelli Stefano Margaritora».
Si potrebbe definirla un “figlio d’arte”. Che influenza ha avuto suo padre nella sua vita professionale?
«Io ho scelto di essere totalmente indipendente. Ormai mio padre dice: “Fuori dall'Abruzzo conoscono più te che me”. Lui certamente mi ha trasmesso la passione per quello che faccio, è una cosa naturale. Ma è anche giusto dimostrare di non essere un figlio di papà. Io me ne sono andato lontano e ho deciso di vivere la mia carriera lavorativa lontano dall'Abruzzo, almeno in questa fase».
Lei ha dedicato molto tempo allo studio e al lavoro, ha dovuto sacrificare la vita più personale?
«Studiare medicina è un sacrificio per chiunque: sono 11 anni di formazione, se tutto fila liscio. Ma sono anche estremamente ludico, non ho fatto una vita monacale. Ho tantissimi hobby, uno è il tennis uno sono i viaggi. E poi c’è il mare: mia madre quando mi aspettava ha avuto le doglie a Tortoreto. Io ci torno ogni estate».
È ancora legato a Teramo? «Mantengo un rapporto molto forte. Il prossimo weekend due amici di infanzia vengono a Roma, la settimana scorsa ero a cena con amici del liceo. Con la città il legame è radicato, ho vissuto male l’esperienza del terremoto, noi abbiamo la casa lesionata. Sento forte l’orgoglio di essere abruzzese. Seguo le notizie su Teramo, le pagine Fb. Il mio testimone di nozze è il mio compagno di banco».
Lei dunque è sposato.
«Mia moglie Rossella è di Aprilia, fa la dentista. Si è trasferita a Reggio Emilia e ci siamo sposati tre anni fa. E ora, con il nuovo trasferimento a Roma, mi ha supportato e sopportato in questo ennesimo cambio di vita. Sicuramente è la persona a cui devo di più. I sacrifici, infatti, li fai fare anche alle persone che ti sono vicine: ci vuole intelligenza nel capire alcune cose».
Nella prima parte della sua vita ha fatto molto, come vede il suo futuro?
«Chi fa il medico non ha grandi capacità di programmazione a distanza. Ora sono in una fase di costruzione. Certo, in futuro qualcosa per la mia terra la vorrei fare, non so come. Intanto vorrei essere un riferimento per chicchessia».
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