Luigi Falconi, il pittore del mistero femminile

19 Giugno 2016

Da Giulianova con i suoi pennelli ha conquistato il mondo

GIULIANOVA. Era destinato a diventare il ragioniere dell’azienda di famiglia ma aveva una capacità innata di far scorrere la matita sul foglio che ben presto il disegno e la pittura divennero il suo unico argomento di interesse. Ma prima di arrivare a firmare il contratto che gli ha aperto la via del successo con la prestigiosa galleria d’arte di Tiziano Forni di Bologna, ha dovuto superare tanti ostacoli e resistenze anche in famiglia: «Certe scelte erano contrastate, nessuno ti incoraggiava, anche se forse mio Padre aveva visto con simpatia la mia passione». Luigi Falconi, noto con il diminutivo di Gigino, è nato a Giulianova, città di cui ama particolarmente il porto come luogo simbolo di apertura, spazio che ispira al viaggio, alla ricerca, e che rimanda al mistero. Le sue opere sono state esposte in tutto il mondo, si possono ammirare nelle gallerie d’arte più prestigiose e sono andate ad arricchire tantissime collezioni private. Ha vissuto da protagonista gli anni felici della vita culturale abruzzese partecipando più volte al Premio Michetti e alla rassegna internazionale Flaiano. In quegli anni ha stretto rapporti con Edoardo Tiboni, Michele Cascella e Giuseppe Rosato. Tra i suoi amici più cari l’editore Giuseppe Lisciani. E’ stato recensito dai maggiori critici d’arte e di lui ha scritto anche il poeta Mario Luzi. La sua prima mostra risale al 1961 a Teramo, nella galleria il Polittico. Ma per vendere le prime opere ha dovuto aspettare fino al 1972 con la mostra nella galleria Magenta di Pescara. Da lìn la sua carriera è decollata e in pochi anni è stato consacrato tra i grandi dell’arte contemporanea italiana.

Mi accoglie nella sua casa e mi fa entrare nello studio ampio dove campeggiano le enormi tele che sta preparando per una mostra che sarà presto inaugurata all’Aquila. In sottofondo la musica classica di Radio 3 che lo accompagna sempre mentre lavora con i pennelli.

Come ha cominciato a dipingere?

«Io sono cresciuto nel periodo bellico, non c’erano i giocattoli. Si tifava per l’aereonautica o per la marina e io osservavo gli aerei che mi affascinavano e li disegnavo cercando di inserisci la prospettiva. La prima persona che ha capito la mia predisposizione è stata la maestra elementare che mi chiamava alla lavagna per fare i disegni da mostrare ai compagni. Le cose purtroppo sono andate diversamente nei tre anni di scuola media dove la mia inclinazione per il disegno è stata completamente ignorata. Io però sono rimasto fedele alla mia passione e ho iniziato a dipingere i primi quadri a 16 anni, mentre frequentavo l’istituto per ragionieri dove mi sono diplomato nel 1952. Due anni dopo ho preso il diploma al liceo artistico di Pescara e l’anno successivo ho vinto il concorso per la cattedra di disegno e ho cominciato a insegnare nella scuola media di Giulianova dove sono rimasto per 20 anni».

Come ricorda gli anni della scuola?

«E’ stato difficile insegnare disegno nella scuola dell’obbligo perché non è una scuola selettiva e la materia non interessa ai ragazzi. Sono stato anche fortunato perché ho avuto studenti motivati che hanno intrapreso una carriera artistica, ma sono stati davvero pochi. Giudico positivamente la riforma che introdusse l’educazione artistica perché i ragazzi devono essere educati al bello attraverso lo studio dell’arte».

Durante la sua lunga carriera artistica ha vissuto e lavorato anche in altre città?

«Ho aperto il mio primo studio a Teramo dove ho studiato e dove sono stato confortato dalla vicinanza di intellettuali e amici come Nerio Rosa, Gianmario Sgattoni e Marcello Martelli. In seguito ho acquistato una casa all’Aquila dove ho vissuto per dieci bellissimi anni. Quella città era fervida di cultura e piena di stimoli, infatti è la città che mi sento di più sulla pelle. Poi sono tornato in provincia di Teramo e sono andato a vivere in una mansarda sul lungomare sud di Roseto. In quella casa il mio studio faceva da cassa di risonanza per le conversazioni notturne dei pescatori e poi era caldissima d’estate e freddissima d’inverno e così decisi di venderla per trasferirmi a Tortoreto in un’abitazione che ho amato moltissimo ma che ho abbandonato dopo l’ennesimo furto. Adesso vivo sulla collina di Montone in una casa che ho adattato alle mie esigenze e dove dipingo immerso nel silenzio».

Ha fatto solo l’insegnante? «La pittura costa molto e per guadagnare il denaro che mi serviva ho fatto anche l’arredatore. Ho consumato macchine e chilometri per andare a visitare mostre e musei e per conoscere tutto quello che mi avrebbe aiutato a crescere nella mia esperienza artistica. Ho girato tutta l’Italia e il resto d’Europa per esporre e far conoscere le mie opere».

Dove ha imparato a dipingere?

«Non ho fatto scuole o studi dedicati alla pittura, sono un autodidatta. Tutto quello che ho imparato l’ho appreso dalla storia dell’arte, non quella dei libri ma quella che si può ammirare nei musei e nelle mostre. E sono contento perché questo mi ha permesso di sviluppare una mia personalità originale, una componente fondamentale per un pittore. I miei quadri sono riconoscibili e non si possono confondere con quelli di altri autori».

Qual è il periodo storico che ama di più?

«La mia passione è l’arte del Rinascimento che si sviluppò a Firenze dal Quattrocento per diffondersi in Italia e poi in Europa. Di quel periodo apprezzo il recupero delle forme classiche greca e romana e l'uso della prospettiva. Tra i maggiori autori amo il Caravaggio e Piero della Francesca».

Oltre ai grandi pittori del Rinascimento quali sono i suoi maestri di riferimento? «Ce ne sono diversi ma più di tutti amo il pittore francese Balthus, il pittore realista statunitense Andrew Newell Wyeth, e il pittore tedesco Lucian Freud, nipote dello psicoanalista Sigmund considerato il Caravaggio della modernità. E della pittura abruzzese chi predilige? Francesco Paolo Michetti e Teofilo Patini.

Perché ha deciso di rimanere in Abruzzo?

« Sono rimasto qui per la famiglia (Luigi Falconi è sposato e ha tre figli), ma se avessi potuto mi sarei trasferito a Milano. La provincia è sorda, ammazza i talenti. Con me non ci è tanto riuscita perché io non mi sono fermato mai, ho viaggiato tanto, organizzando mostre, esposizioni. Qui non succede mai niente ed è necessario andare fuori per apprendere, conoscere, confrontarsi».

Perché nei suoi quadri ci sono sempre donne bellissime? «Per me la donna è un elemento della natura e la natura è di una bellezza incredibile. Certo sono un esteta ma fondamentalmente io amo le donne, sono affascinato e in un certo senso i miei quadri sono un omaggio al mistero che c’è in queste creature meravigliose».

Ha altre passioni oltre la pittura?

«Avrei voluto fare il corridore di bicicletta e poi mi è sempre piaciuto viaggiare, conoscere posti diversi e incontrare persone nuove. Un interesse per cui avrei voluto avere più spazio, ma la pittura richiede molto tempo dedizione assoluta e quindi ho dovuto limitare molto il mio desiderio di partire».

La sua più grande soddisfazione?

«Guardare un lavoro del passato ed esserne contento. Però non sempre mi capita e in alcune occasioni ho addirittura richiesto indietro un quadro acquistato da un collezionista per rinvigorirlo. Non aspetto che siano gli altri a dirmi che un lavoro è buono, lo devo sentire dentro di me».

MIrella Lelli

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