Malattie infettive, mesi in trincea per salvare la vita a 50 ricoverati

Sono morti 10 dei 60 degenti. Marzo il mese terribile, è stato necessario aprire un altro reparto Il primario Tarquini: ottimi risultati sui 18 pazienti trattati con il Tocilizumab, tutti salvi e guariti prima
TERAMO. A girare ora in corsia, sembrano passati anni da marzo, il «mese terribile». Così lo definisce Pierluigi Tarquini, primario di Malattie infettive che adesso, a distanza di tre mesi da allora, traccia un bilancio di quella che è stata l’emergenza coronavirus per il reparto nell’occhio del ciclone. Un bilancio anche scientifico, sull’utilizzo dei farmaci, alcuni in via “sperimentale” come il Tocilizumab.
«Trattare le malattie virali acute è difficilissimo», esordisce Tarquini, «stiamo iniziando a conoscere meglio il Sars CoV-2 e i risultati delle terapie sinora eseguite. Il mese cruciale per l’ emergenza è stato marzo. L’inizio è stato esplosivo: noi eravamo pronti, ma i numeri sono stati davvero eccezionali, tanto che abbiamo dovuto aprire un altro reparto nuovo dal nulla. È stato all’inizio anche impegnativo gestire le persone al di fuori dell’ospedale: il telefono bolliva. Poi ad aprile la situazione è migliorata. Noi delle Malattie infettive abbiamo dato un grosso contributo per i tamponi all’esterno. Gli infermieri Battista Pisciaroli e Alessandra Uliani hanno formato, con altri, per tutto ciò che riguarda il Covid, 1.100 operatori sanitari».
In reparto sono stati ricoverati 60 pazienti, soprattutto uomini, età media di 60 anni e mezzo. Sono deceduti 10 pazienti (il 16%) tutti con altre malattie importanti, soprattutto neoplasie, buona parte a marzo. In 18 hanno ricevuto la terapia con il Tocilizumab, di cui nessuno è deceduto (e solo uno è stato trasferito in Rianimazione).
«Sono stati recentemente presentati due studi sulla terapia con Tocilizumab eseguiti nel nord-Italia: il primo non ha mostrato vantaggi, il secondo invece ha mostrato un significativo successo nei pazienti più gravi», continua il primario che presenterà i dati al congresso nazionale di Malattie infettive a novembre a Bologna, «nella nostra esperienza ha funzionato: i pazienti si sono salvati e hanno avuto sintomi minori e guarigioni più rapide. Non c’è stato nessun vantaggio sulla guarigione virologica ossia sulla negativizzazione del tampone». Sulle terapie future «l’Oms ha sottolineato i vantaggi della terapia con un cortisonico, il Desametasone nelle forme di polmonite gravi. E un’analisi virtuale condotta da un consorzio pubblico-privato per la ricerca molecolare, con forte presenza italiana, composto da 18 partner a guida Dompé Farmaceutici su oltre 400mila molecole, ha selezionato come farmaco più promettente per la cura del Covid 19 il Raloxifene che oggi si usa per l’osteoporosi». Un discorso non peregrino, questo: l’infettivologo ricorda che «i maggiori esperti dicono che a fine anno ci sarà una seconda ondata. Io penso che sarà diversa e più controllabile, ora siamo esperti e collaudati». E nell’ottica della seconda ondata, Tarquini mette in guardia dal “fai da te” con i test anticorpali «perché se positivi hanno un margine di errore specie negli asintomatici; se negativi c’è comunque il 20% di possibilità di aver avuto il Covid. Vanno interpretati da esperti con molta prudenza. E poi avere gli anticorpi non necessariamente significa essere protetti, ci sono stati casi di reinfezione».
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