Mamma Anita: dopo dieci anni nessuna giustizia per Emanuele

26 Maggio 2019

L’imprenditore di Alba Adriatica fu assassinato con un pugno sferrato da un rom dopo una lite  «Sconti di pena per chi ha ucciso, ma per le vittime e chi resta lo Stato di diritto non esiste»

ALBA ADRIATICA. Le parole si muovono tra le ferite perché nemmeno il tempo che passa può aiutarti quando tuo figlio non c’è più. Anita D’Orazio lo sa bene con il suo vestito di dolore cucito nell’anima da dieci anni, da quella sera del 10 novembre 2009 quando il figlio Emanuele Fadani morì preso a pugni da tre giovani rom. Faceva l’imprenditore, aveva 39 anni e una figlia di sei. «Gli hanno impedito di continuare a fare il papà che era la cosa che voleva essere di più al mondo» ti dice. I macigni nel tempo sono diventati macerie perché «non c’è pace senza giustizia e noi giustizia non l’abbiamo avuta». Anita ha il coraggio delle mamme e in questi dieci anni non si è mai fermata perché «nessuno dimentichi». Ha partecipato e partecipa a manifestazioni, ha promosso petizioni, ha condiviso con gli altri il suo dolore e la sua forza «ma la nostra tragedia non ha insegnato niente perché in dieci anni nulla è cambiato. A cominciare dall’epilogo di tutta la vicenda processuale». Perché le tappe obbligate di un procedimento giudiziario scandiscono storie che nel tempo possono diventare solo più dolorose. Con le vite sospese di chi resta.
Processualmente l’omicidio di suo figlio si è chiuso in Cassazione con tre condanne a dieci anni per omicidio preterintenzionale, ma lei ha sempre parlato di processi farsa. Ritiene che in questo tempo suo figlio abbia avuto giustizia?
«La tragedia che ha vissuto la nostra famiglia è stata uno stillicidio. Quando per i familiari di una vittima inizia un processo comincia un viaggio infernale tra cavilli, tecnicismi giuridici, cose da codice che dopo anni di udienze, perizie, ricorsi premiano chi ha ucciso e dimenticano le vittime. L’omicidio di mio figlio è passato da volontario a preterintenzionale e questo ha contribuito a ridurre notevolmente le pene. Nessuno cerca vendetta, nessuno vuole vendetta, ma un omicidio è un omicidio. Oggi io non ho più un figlio, mia nipote dovrà crescere senza un padre e questo è profondamente ingiusto. All’inizio ho creduto che ci potesse essere giustizia, che mio figlio potesse avere giustizia, ma così non è stato. E purtroppo, vedendo quello che continua ad accadere, capisco che in questo Paese la giustizia per le vittime non esiste. Esiste quella per gli assassini ma non quella per le vittime. E’ successo per mio figlio, continua a succedere per tanti altri genitori e figli, e in questo caso penso alle tante vittime di femminicidio, che da un giorno all’altro si ritrovano senza i propri cari e io so che dovranno combattere infinite battaglie spesso per non arrivare a nulla perché le sentenze non saranno mai eque».
Qualche anno fa lei e la mamma di Antonio De Meo, il ragazzo ucciso con un pugno a Martinsicuro qualche mese prima di suo figlio, avete avviato una raccolta di firme per chiedere che l’omicidio preterintenzionale diventi volontario partendo proprio dai casi dei vostri congiunti. Perché?
«Un omicidio è un omicidio, un pugno uccide come un’arma e per questo abbiamo cominciato a raccogliere le firme per presentare una legge di iniziativa popolare che possa modificare il codice penale. I pugni uccidono ed è questo quello che noi chiediamo di riconoscere allo Stato. Le norme devono tutelare tutti, a cominciare dalle vittime che in questo Paese spesso sono dimenticate innanzitutto dallo Stato. E penso anche al rito abbreviato che consente agli imputati che lo chiedono di ottenere lo sconto di un terzo sulla pena. Ma come può restare il familiare di una vittima quando sa che lo Stato sconterà la condanna a chi ha ucciso. So che esiste lo Stato di diritto, ma vorrei che fosse garantito anche alle vittime e ai familiari delle vittime e oggi così non è. Io so solo che a distanza di anni non auguro a nessun genitore di vivere una tragedia come quella che ha vissuto la mia famiglia».
Nei giorni dell’omicidio di suo figlio ad Alba Adriatica scoppiò una vera e propria rivolta con decine di cittadini scesi in strada per chiedere più sicurezza. In dieci anni, da questo punto di vista, che cosa è cambiato?
«Non è cambiato proprio nulla sul fronte della criminalità. Quei giorni io non potrò mai dimenticarli e sinceramente, passati i primi momenti, ho creduto veramente che qualcosa potesse cambiare nella percezione della sicurezza da parte dei cittadini. Ma anche su questo, evidentemente, mi ero sbagliata. Purtroppo viviamo in un Paese che non impara mai dalle sue tragedie. Lo vedo tutti i giorni nei fatti di cronaca nazionale e locale che si ripetono senza interruzione di sorta. Drammaticamente uguali. Come se il passato non insegnasse mai niente, come se le persone non imparassero mai. Nemmeno dalle tragedie». Io, fin quando avrò vita, continuerò a raccontare questa ingiustizia perché la memoria collettiva non dimentichi quello che è successo a mio figlio morto in mezzo alla strada, preso a pugni».
Sua nipote aveva poco più di sei anni quando il papà morì. Oggi è una ragazza di 16 anni. Cosa le chiede?
«Mia nipote è la mia grande forza, il motore di tutte le mie battaglie. Lei come gli altri due miei figli. Le racconto del padre bambino, del padre adolescente. Le dico sempre “Ma papà tu ce l’hai nel tuo cuore” ma lei queste parole non vuole sentirle più. Mi dice: ma io voglio le sue carezze, i suoi baci. Voglio la sua presenza. E quando mi dici questo vorrei morire perché so con quale forza mio figlio volesse fare il padre. Questo non lo perdonerò mai a chi ha impedito a mia nipote di aver un padre che la crescesse, che fosse sempre con lei, al suo fianco nelle piccole e grandi cose, che magari un giorno la portasse all’altare».
Quest’anno, a dieci anni dalla morte la città di Alba ricorderà suo figlio con una targa.
«Mi hanno assicurato che nell’anfiteatro che si trova davanti alla caserma dei carabinieri ci sarà una targa per ricordare Emanuele. Molto probabilmente la cerimonia si svolgerà a ridosso dell’anniversario. Anche questo è un segno importante per non dimenticare, per ricordare. Perché quello che è successo non si ripeta e perché in questo Paese le vittime dei reati possano avere una giustizia giusta».
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