Mamma Meri: «Da otto anni cerco giustizia per la mia Giulia»

Inchiesta chiusa per suicidio, ma per i genitori è stato omicidio: «I giudici scopriranno la verità» A dicembre nuova udienza del processo al giovane imputato per pedopornografia: «Sono fiduciosa»
TORTORETO. «Giulia oggi sarebbe una giovane donna e la immagino a Londra con la sorella perché questo era il suo sogno». Mamma Meri ha attraversato gli ultimi otto anni come in una tempesta perché nessun genitore dovrebbe mai sopravvivere alla morte di un figlio. Alla vigilia di un altro anniversario, quando il pendolo della cronaca riporta tutto nel quotidiano, il prezzo di certi ricordi è sempre troppo alto. Meri Koci e suo marito Luciano Di Sabatino accarezzano la memoria da quando la loro Giulia è morta a 19 anni, precipitata da un viadotto dell’A14 a Tortoreto la notte tra il 31 agosto e il 1° settembre del 2015.
La potenza della cronaca negli anni lo ha trasformato in un caso nazionale tra lunghe inchieste aperte e archiviate: per Procura e tribunale un suicidio, per la famiglia un omicidio. «Io e mio marito non avremo pace fino a quando Giulia non avrà giustizia», dice mamma Meri, «lotteremo fino alla fine dei nostri giorni per averla perché siamo sicuri che nostra figlia, che aveva mille progetti per il futuro, non si sarebbe mai tolta la vita. I giudici migliori non si accontentano di una prima tesi ma sono pronti a tornare indietro per rivedere tutto. Io ho sempre avuto grande fiducia nella giustizia e sono sicura che prima o poi arriverà e dico grazie ai magistrati che la stanno cercando. Il dolore di una mamma non ha scadenze. Quando sarà fatta giustizia avrò pace e Giulia sarà con me. Mia figlia era innamorata della vita, doveva andare a Londra per vivere con la sorella Vanessa. Aveva già il biglietto. Come fa una ragazza che è pronta ad andare a Londra a togliersi la vita? Questo nessuno me lo ha spiegato».
Le parole giuste fanno sempre rumore e mamma Meri riesce a trovarle. Con la dolcezza e la determinazione di chi si misura con un finale senza ritorno. «Io odio la commiserazione», continua, «invoco giustizia per mia figlia perché il caso di Giulia non può rimanere una questione privata. E nella ricerca di verità e giustizia ho scoperto il cuore grande dell’Abruzzo con la gente che è sempre stata al nostro fianco. Tutte le volte che ricordiamo Giulia con un corteo, una fiaccolata, una manifestazione arrivano tantissime persone a darci solidarietà e appoggio».
Meri e suo marito Luciano oggi sono parte civile nel processo a carico del 30enne di Giulianova Francesco Giuseppe Totaro, imputato per pedopornografia a seguito dell’inchiesta aperta dalla Procura distrettuale dell’Aquila dopo il rinvenimento, sul cellulare dell’uomo, di numerose foto osè di Giulia e di altre ragazze, all’epoca tutte minorenni. La prossima udienza è in programma a dicembre. «Stanno uscendo tante cose dai testimoni», dice, «e sono ancora più fiduciosa perché credo che da questo processo si possa ripartire per conoscere la verità sulla morte di Giulia. Non ho mai voluto vendette, ma solo verità e giustizia». Di una cosa mamma Meri è certa: il trascorrere del tempo non sarà un ostacolo alla giustizia.
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