Mauro Capece, da Alba a Cannes Il regista che conquista l’America

Figlio dell’ex sindaco albense Mario, l’artista ha mantenuto forte il legame con la terra d’origine anche se trascorre buona parte della sua vita negli Usa. Ha ricevuto molti premi internazionali
ALBA ADRIATICA. In una cittadina senza cinema, come Alba Adriatica, incontrare un regista del luogo, e pure di successo, sembra impossibile. Invece Mauro John Capece, albense doc e figlio del compianto sindaco Mario, lo puoi incontrare per le vie della cittadina di ritorno dal Festival di Cannes, dove di recente ha proiettato il film “La Scultura”. Oppure di ritorno dal New York City International Film Festival, dove poche settimane fa, con la stessa pellicola, ha conquistato i premi per "miglior film internazionale", "miglior regia" e "miglior attrice protagonista". Oppure ancora, lo puoi incontrare di ritorno da Roma, dove sta curando l'audio del suo nuovo film "SFashion" negli stessi laboratori in cui prendevano forma le indimenticabili pellicole di Sergio Leone. Con l'ultimo film in lavorazione, inoltre, dopo aver conquistato ogni parte del mondo e soprattutto Canada e Usa con le sue opere indipendenti, Capece sta cercando una via per imporsi in Italia e sconfiggere l'espressione latina che in qualche modo sembrava essergli stata cucita addosso: "Nemo profheta in patria", nessuno è profeta nella propria patria. Capece, che è anche scrittore e fotografo, d'altronde è artista vero e libero, che ha deciso di non scendere a patti. "L'arte che si prostituisce, muore", il suo motto.Il suo obiettivo? "L'opera perfetta".
Partiamo dalla fine: cos'è SFashion e perché per lei è quasi un debutto?
«SFashion è un film profondamente diverso dagli altri e "dedicato" al pubblico italiano, quindi, per esempio, molto più dialogato. Per cui avrà sicuramente una distribuzione nel nostro Paese una volta terminato: vorrei fosse una perla rara di "italianità" in un contesto, quello del cinema, in cui si stanno seguendo due unici trend: quello "semplice" della commedia e quello dei film sul crimine. Il film parla di un'imprenditrice che è messa di fronte alla grave crisi economica. É la "Via Crucis" di un brand di moda immaginario, il primo film che parla di un'imprenditrice onesta, legata profondamente ai "valori" della tradizione italiana, interpretata magistralmente dall'attrice e co-sceneggiatrice Corinna Coroneo. Nei film, di solito, l'imprenditore è quasi sempre un "furbetto" senza scrupoli o un truffatore, mai una persona onesta e umana. Tutti i film sulla crisi hanno avuto punti di vista diversi (operai, impiegati, extracomunitari, criminali o disoccupati), ma in pochi raccontano come ci si sente a chiudere i battenti della propria attività per la concorrenza impari di altre economie emergenti o di chi, anche in Italia, sottopaga i dipendenti e non paga le tasse. Ma Sfashion non è solo un film "politico" o di circostanza, ma è sempre delicato ed elegante e le cose non le dice ma le fa dedurre. Tecnicamente, a mio parere, siamo di fronte a un film molto riuscito. È stata una lavorazione difficile e, per certi versi, sfibrante e piena di imprevisti, ma la sceneggiatura molto solida ci ha aiutati. Il film è stato girato in Abruzzo e a Roma. Un ringraziamento particolare va a tutti i miei meravigliosi attori, a chi ha creduto in me e al produttore, Giuseppe Lepore, che ha creduto nel progetto e ci ha permesso di girare il film.
“La Scultura”, però, è il vero successo, nonostante il suo ridottissimo budget di soli trentamila euro e la sua assenza nei cinema italiani.
«E' il lungometraggio indipendente italiano che ha il miglior rapporto tra partecipazione ai festival internazionali e premi ricevuti degli ultimi dieci anni (37 awards su 32 rassegne). Si tratta di un dato importante per un regista indipendente. Significa certamente che sono in grado di lavorare a un film di respiro internazionale e questo certamente agevolerà il mio percorso di regista. Abbiamo vinto una marea di premi come "miglior film internazionale", in festival molto prestigiosi. Il film ha una distribuzione internazionale (americana). Credo che non sia assolutamente il caso, per ragioni commerciali e culturali, di farlo uscire nelle sale italiane, almeno per ora, perché è un film che osa troppo e non ha mercato. Comunque, prima o poi, qualcuno deciderà di proiettarlo, spero in Abruzzo. Ma, per ovvi motivi, non posso e non devo pensarci io».
Lascia intendere che il cinema in Italia è in una situazione molto diversa rispetto a quella del resto del mondo. Qual è secondo lei la sua condizione e quella della cultura in generale in questo Paese?
«Diciamo che parlare della cultura in Italia è come sparare sulla Croce Rossa. Penso che una nazione sia in crisi quando smette di esportare la cultura. L'enogastronomia non basta. Abbiamo un cinema italiano che è diventato l'estensione della peggior televisione e viviamo di rendita sul passato: non c'è bellezza, né cura. Abbiamo anche un esercito di operatori culturali troppo politicizzati che vogliono "mettere il fiocco" a tutto. Il contesto internazionale è invece assai stimolante e, da italiani, data la nostra tradizione, abbiamo il tappeto rosso steso ovunque. Siamo la nazione dove sono nati Antonioni, De Sica e Fellini, dunque viviamo ancora di rendita. Ma c'è speranza per l'Italia: qualcosa si muove, con nuovi autori che emergono. Abbiamo inoltre una legge sul cinema molto buona, speriamo che nei prossimi anni ci aiuti a produrre nuovi bei film».
Come si fa dunque, partendo da una cittadina di provincia, a raggiungere e conquistare i festival di importanti realtà mondiali? Che strada devono percorrere i giovani appassionati come lei di cinema e di arte?
«Per prima cosa direi: nulla ti è dovuto, prenditi il tuo spazio ma non aspettarti mai niente. Io ho semplicemente deciso di andare dritto per la mia strada, circondandomi solo di persone che non avevano secondi fini. Ho fatto sacrifici enormi e rischiato molto. Ho viaggiato molto. Ai giovani consiglio di fare tanto e parlare poco, di essere tecnicamente all'avanguardia e di circondarsi esclusivamente di persone positive e stimolanti. Da soli si fa poco e ci si annoia».
Qual è il suo rapporto con Alba Adriatica? Qui vede riconosciuta la tua arte?
«Adoro la mia città, i suoi paesaggi, la sua luce e la maggior parte delle persone che conosco, con cui mi piace condividere un caffè o una pizza. Molte persone di Alba Adriatica e, più in generale, della Val Vibrata mi hanno dato supporto, senza secondi fini, e ritengo che questo sia una grandissima forma di riconoscimento. La situazione culturale, però, è disastrosa da decenni ma non è un problema solo di Alba Adriatica. In generale, in Abruzzo la cultura è un problema serio: a differenza per esempio delle Marche e del Lazio, la nostra regione sembra ancora terra di pastori, in cui le eccellenze vanno a lavorare altrove. Pensa, ad esempio, al problema dell'erosione del litorale. Per quanto mi riguarda, non girerò più niente in Abruzzo finché non saranno istituite delle regole certe per il cinema o una "film comission" seria, formata da operatori culturali disinteressati e concreti. Ho dato abbastanza a questa terra che amo e, armoniosamente, ho voglia di "nuove esperienze"».
Per molti, nella cittadina, sei identificato come "il figlio del sindaco Mario". Qual era il suo rapporto con lui e con la sua figura politica?
«Grazie per questa domanda. Di mio padre conservo un ricordo meraviglioso. È stata una perdita enorme per me e per chi lo amava. Era molto generoso e concreto: la sua vita pubblica e quella privata erano totalmente fuse. All'epoca la vita politica era al centro della vita cittadina e i comizi erano affollati ed era divertente stare assieme ai suoi tanti amici, spesso "bizzarri". Mi divertivo a cercare di comprendere le dinamiche della politica. Ricordo che mi portava spesso alle riunioni, anche notturne, e io osservavo, poi ne parlavamo e lui mi dava sempre una lettura diversa dei fatti. A me piaceva molto frequentarlo nel contesto politico. Poi crescendo è diventato il mio migliore amico. Con lui avevo comunque un rapporto stranissimo. Era incredibilmente esigente con me, a tutti i livelli, e io lo ero con lui e questa era l'anima del nostro rapporto. Mi ha insegnato ad essere concreto e caparbio e a stare in mezzo alle persone».
Ha mai pensato di entrare in politica?
«Per ora no, perché sono immerso nel cinema con tutto me stesso. Ma non escludo per il futuro di impegnarmi attivamente ed entrare in politica, che è una cosa che amo».
Luca Tomassoni
©RIPRODUZIONE RISERVATA

