«Mia figlia oggi sarebbe viva se un pm avesse chiuso la scuola»

Il presidente del comitato vittime di San Giuliano di Puglia: «Quella tragedia non ha insegnato nulla Sicurezza e prevenzione non ci sono, ai genitori teramani dico che poi nessuno può tornare indietro»
TERAMO. «Se 22 anni fa un magistrato avesse fatto sequestrare quella scuola oggi mia figlia sarebbe viva»: è una manciata di parole che ferma il tempo e il respiro di chi ascolta perché nessun genitore dovrebbe mai sopravvivere alla morte di un figlio. Quando alle 11.30 del 31 ottobre del 2002 la scuola elementare di San Giuliano di Puglia crollò dopo una scossa di terremoto, Antonio Morelli corse a perdifiato per salvare la sua Morena. Aveva 6 anni, la trovò sotto una trave in quella scuola del piccolo centro molisano diventata tomba di 27 bambini e di una maestra. Da allora è cambiata la scansione del tempo, lo sguardo sugli altri, gli orizzonti quotidiani.
Per far scorrere di nuovo la vita e per dare un senso alla sua Morelli ha fondato un comitato che da oltre 20 anni gira l’Italia per chiedere scuole sicure e che fa parte dell’osservatorio permanente edilizia scolastica istituito al Ministero dell’Istruzione. Il pendolo della cronaca con il sequestro del Convitto Delfico si ferma alla vigilia di un altro anniversario di quella tragedia e lui ti porta dritto al cuore delle cose. «Sono 22 anni che ci battiamo per la prevenzione nelle scuole», dice Morelli, «e ripeto sempre a tutti che quando poi le cose succedono non si può tornare indietro, ma quando sento le polemiche e le proteste, come nel caso di Teramo, mi accorgo che purtroppo la nostra tragedia come quella della Casa dello Studente all’Aquila non hanno insegnato niente. Ci arrabbiamo con chi ha controllato dopo e mai con chi non ha controllato prima. Non ci sono disagi che possano valere la sicurezza di una scuola».
In un tempo sospeso che non finisce mai bisognerebbe sempre conservare la memoria di ciò che è stato. «Le emergenze, penso al crollo del ponte Morandi, continuano a segnare la vita del nostro Paese», dice, «e non perché accadano continuamente eventi imprevedibili ma perché il nostro sistema organizzativo tende a trasformare in urgente tutto quello che è prevedibile e sistematizzabile. Siamo tutti a rischio di qualche tragedia perché niente, o quasi, è a norma. Ma gli esseri umani dimenticano molto facilmente».
Il dolore è materia delicata e ci sono molti modi per raccontarlo, per sottrarlo all’usura del tempo. Perché a un certo punto finiscono pure le lacrime. Morelli ha scelto di condividerlo perché ci sono tragedie che non possono rimanere private. «Ma trovare dopo vent'anni qualcosa di positivo mi riesce difficile», continua il presidente del comitato vittime San Giuliano, « mi rendo conto che nessuno, a cominciare dalla politica, ha tratto insegnamenti da questa nostra vicenda. L’unica cosa positiva è che il dibattito sulla sicurezza nelle scuole è entrato prepotentemente nel dibattito pubblico. L'auspicio e la speranza è che veramente tengano fede alle promesse fatte durante il funerale dei nostri bimbi quando dissero “mai più un'altra San Giuliano”. Ma gli anni che passano mi fanno pensare che la strada per avere scuole sicure sia ancora molto lunga. Dopo vent’anni avremmo dovuto cominciare almeno a ragionare diversamente. Purtroppo mi accorgo che così non è stato. Ai genitori dico una cosa: attenzione perché quando succede una disgrazia nessuno può far tornare indietro le lancette degli orologi». Oggi che i ricordi sono zattere, un attimo può essere un tempo infinito: «Mia figlia era una bambina felice, una bambina gioiosa come si può essere a sei anni. Non ho potuto vederla crescere e per questo non mi perdonerò mai. Quando l’abbiamo trovata aveva i capelli pieni di polvere. Non si dovrebbe mai sopravvivere alla morte di un figlio: è il primo giorno di una vita peggiore della morte». La voce si arrende. Le parole non servono più.
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