Morì disidratato in ospedale Il fratello: «Agonia di 31 giorni»

23 Aprile 2015

Quattro medici del San Liberatore a processo per la morte del giovane rosetano Giuseppe Piccioni I familiari: «Per sapere quello che stava succedendo abbiamo dovuto chiamare un consulente»

ROSETO. Le parole sono fondamentali, sempre. Perchè per capire, partecipare, conoscere si parte dalle parole. E dalle storie che le parole raccontano soprattutto quando irrompono nelle aule di tribunale. Come quelle del fratello di Giuseppe Piccioni, giovane operaio di 27 anni morto disidratato in ospedale dopo un’appendicectomia. «Abbiamo dovuto chiamare un neurochirurgo dall’esterno per sapere che mio fratello era morto, che non c’era più nessuna attività cerebrale» racconta l’uomo nel processo in cui quattro medici sono a processo con l’accusa di omicidio colposo. Gli imputati sono il primario del reparto di chirurgia dell’ospedale di Atri Osvaldo De Berardinis, i chirurghi Alfredo Torretta e Alfonso Prosperi e il nefrologo Maurizio Tancredi che a vario titolo si occuparono del paziente.

Davanti al giudice monocratico Franco Tetto la prima udienza è stata riservata all’audizione dei familiari della vittima: il fratello, la sorella, il padre, la madre. «Giuseppe era ricoverato in chirurgia», racconta il fratello, «quando sono arrivato mi sono accorto subito che non stava bene. Ho chiesto spiegazioni e mi è stato risposto che era il normale decorso post operatorio». Ma, secondo i familiari, le condizioni del giovane sono andate progressivamente peggiorando. «Era sempre più disidratato», continua il fratello, «la mia famiglia aveva fiducia nei medici, ma tutte le volte che chiedevamo informazioni ci dicevano di stare tranquilli che era un normale decorso post operatorio. Mio fratello è morto dopo 31 giorni di agonia e noi per capire la gravità della situazione abbiamo dovuto chiamare un medico di nostra fiducia. Fino a quel momento continuavano a darci false speranze». La vicenda giudiziaria risale al 2010 con il dramma di Piccioni iniziato l’11 luglio quando il giovane finì in ospedale per forti dolori all’addome e successivamente venne operato. Ma da quel momento le sue condizioni peggiorarono fino alla morte avvenuta 13 agosto. Dopo l’esposto dei familiari, scattò l’inchiesta della procura: il pm Irene Scordamaglia dispose una consulenza medica che escluse da subito una contaminazione da anisakis, come era stato ipotizzato in un primo momento. Al contrario, secondo i consulenti della pubblica accusa, la morte sarebbe stata causata da disidratazione. Accusa che dovrà essere provata nel corso del processo. I familiari del ragazzo, assistiti dall’avvocato Claudio Iaconi e dall’avvocato Barbara Castiglione, si sono costituiti parte civile. Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Tommaso Navarra, Giovanni Gebbia, Maurizio Dionisio e Gianfranco Jadecola. Si torna in aula il 17 giugno con i consulenti della procura.(d.p.)

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