Nasce un organo di controllo dell’acqua

21 Dicembre 2016

Coinvolgerà tutti i soggetti interessati. Intanto la Asl relaziona sulle attività svolte dopo l’incidente del 30 agosto

TERAMO. «Nessun pericolo per la salute pubblica». È il passaggio chiave della relazione che lo scorso 16 dicembre la direttrice del dipartimento di prevenzione della Asl di Teramo, Maria Maddalena Marconi, ha inviato ai vertici dell’azienda sanitaria teramana a proposito della contaminazione della falda idrica del Gran Sasso, avvenuta lo scorso 31 agosto, senza conseguenze per i cittadini, da parte di un solvente utilizzato nei Laboratori di fisica nucleare. La stessa conclusione non allarmistica è venuta fuori ieri nella riunione che il vice presidente della Regione Giovanni Lolli ha tenuto all’Aquila con tutti i soggetti interessati, ma il consesso ha comunque deciso di istituire un tavolo permanente di monitoraggio dell’acquifero del Gran Sasso. È chiaro come in questo momento il primo obiettivo delle autorità sia rassicurare i cittadini, visto il clamore mediatico degli ultimi giorni sulla vicenda. Un clamore nato da un palese errore nella prima comunicazione istituzionale, quella della Regione sulla dichiarazione dello stato di emergenza idrica.

La relazione del dipartimento di prevenzione Asl parte dalla doverosa premessa che nel 2003, a seguito del famoso sversamento di trimetilbenzene nel Mavone, per l’acqua del Gran Sasso è stato dichiarato uno stato d’emergenza «a tutt’oggi mai dichiarato terminato», in conseguenza del quale viene effettuato «un monitoraggio continuo delle acque captate» sotto il traforo. Effettuando questo monitoraggio, il 30 agosto scorso, nel punto di captazione denominato Istituto di fisica nucleare «è stata riscontrata la presenza di diclorometano con concentrazione pari a 0.335 ug/l» e nel punto denominato sbarramento destro e sinistro la stessa sostanza è risultata presente «con concentrazione pari a 0.042 ug/l». La Asl continua: «I prelievi eseguiti nella rete di distribuzione in pari data non hanno evidenziato, invece, la presenza di detto diclorometano né di altre sostanze estranee contaminanti. Ciò significa che non sussisteva alcun pericolo per la salute pubblica».

In ogni caso, il dipartimento di prevenzione della Asl ha chiesto già il 31 agosto un parere in merito all’Istituto superiore di sanità per il quale «la decisione di chiudere temporaneamente in via cautelativa l’acqua da destinare al consumo umano» proveniente dal punto di captazione più vicino ai Laboratori «era comunque condivisibile in attesa di approfondimenti», fermo restando che per il diclorometano l’Organizzazione mondiale della sanità «definisce un valore guida di 20 microgrammi/litro, ovvero un valore di gran lunga superiore a quello riscontrato».

Poi la direttrice Marconi «ha disposto un sopralluogo di ispezione dei Laboratori», eseguito il 2 settembre alla presenza del direttore Stefano Ragazzi e ripetuto il 7 settembre. La Asl ha chiesto all’Infn una relazione dettagliata sull’utilizzo del diclorometano, prodotta il 27 settembre. Il 10 ottobre ha infine inviato «una richiesta di parere all’Istituto superiore di sanità, parere ad oggi non ancora pervenuto». In attesa che l’Iss sblocchi la situazione, l’acquedotto del Ruzzo continua precauzionalmente a mettere a scarico (cioè a disperdere nell’ambiente) 100 litri al secondo di acqua del Gran Sasso ed è costretto ad utilizzare il potabilizzatore di Montorio per compensare il mancato impiego di quell’acqua. Una conseguenza di non poco conto per le casse del Ruzzo e per i consumatori teramani (l’acqua potabilizzata ha una qualità di gran lunga inferiore), ma l’aspetto più inquietante dell’incidente del 30 agosto è che all’Infn non sanno spiegare come quel solvente sia finito nella sorgente. Chissà se ci riuscirà il tavolo permanente di cui oggi Lolli dovrebbe annunciare la nascita.(d.v.-m.g.)

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