Nessun risarcimento al teramano assolto per gli scontri di Roma

La Corte d’appello respinge la richiesta di ingiusta detenzione per i 653 giorni di arresti domiciliari I giudici: «Impossibile dimostrare che ha partecipato, ma lui c’era e non ha mai dato la sua versione»
TERAMO. E’ stato arrestato, processato e, in primo grado, condannato a sei anni insieme ad altri quattro teramani accusati di aver partecipato agli scontri di Roma, in quella Giornata dell’indignazione dell’11 aprile 2011 raccontata in quella drammatiche immagini dell’assalto al blindato dei carabinieri in piazza San Giovanni.
Nel 2015 i giudici di appello di Roma lo hanno assolto (unico dei quattro) per non aver commesso il fatto e la Cassazione ha confermato. Ma per quei 653 giorni di arresti domiciliari Mirco Tomassetti, 37enne di Mosciano, non ha diritto a nessun risarcimento «perchè con la propria condotta ha indotto il giudice all’applicazione della misura cautelare». Così hanno stabilito i giudici della quarta sezione penale della Corte d’appello di Roma nel respingere il ricorso per ingiusta detenzione presentata dall’avvocato Nello Di Sabatino che sta valutando l’ipotesi del ricorso in Cassazione.
Secondo i magistrati di secondo grado quel giorno l’uomo era sì alla manifestazione romana ma la documentazione fotografica in mano agli investigatori esclude ogni sua partecipazione agli scontri.
E allora, scrivono i giudici nel motivare il no al risarcimento «tali elementi, unitamente al fatto che l’istante si era avvalso in sede di interrogatorio di garanzia di non rispondere, devono far ritenere che il Tomasetti, con la propria condotta, abbia indotto il giudice all’applicazione della misura cautelare nei suoi confronti». E specificano: «Nonostante la facoltà di non rispondere sia un diritto processuale della persona sottoposta alle indagini si deve comunque ritenere che, nel caso di specie, qualora lo stesso avesse fornito, sin da subito, una propria versione dei fatti, rappresentando di non aver partecipato agli scontri messi in atto dalla frangia violenta della manifestazione, avrebbe apportato un significativo contributo ad una possibile diversa ricostruzione del quadro fattuale e del ruolo da lui ricoperto ad esempio smentendo che gli elementi di identificazione relativi all’abbigliamento quali scarpe di colore marrone con logo marrone, scritta sulla felpa di colore grigio e cappellino blu, fossero a lui attribuibili, oppure fornendo una spiegazione circa la sua vicinanza rispetto al gruppo più violento con specifico riferimento all’assalto. Contributo che, se rappresentato avrebbe certamente consentito in questa sede una valutazione della vicenda che avrebbe tenuto conto anche dell’ipotesi alternativa fornita dal diretto interessato».
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