Operaio morto, nuove accuse: «Qualcuno intralciò l’inchiesta»

La vicenda è quella del 31enne camionista napoletano deceduto nel piazzale della ditta Metalferro La Procura ha aperto un nuovo fascicolo per alterazione dello stato dei luoghi, c’è un indagato
TERAMO. Nei giorni infiniti dei morti sul lavoro, tra richiami inascoltati (a cominciare da quello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella) e norme sempre meno applicate, le motivazioni di una sentenza di condanna di primo grado fanno scattare una seconda inchiesta per una presunta alterazione dei luoghi sulla morte di Roberto Morelli, il 31enne camionista di Napoli, deceduto nel 2017 nel piazzale della ditta Metalferro di Castelnuovo schiacciato da una balla di plastica. Caso all’epoca citato più volte dall’ex ministro della giustizia Marta Cartabia dopo la lettera scritta dalla mamma sui tempi lunghi della giustizia.
Per quella morte in primo grado ci sono state tre condanne a 4 anni ciascuno per l’amministratore della Metalferro Pasquale Di Giacinto, per il figlio Luca amministratore unico della Dg Capital Service Srl, società che all’epoca dei fatti operava all’interno dello stabilimento svolgendo attività di selezione provenienti da raccolte differenziate e per Michele Bonaccorso all’epoca dei fatti lavoratore interinale in servizio alla Dg Capital con mansioni di carrellista alla guida del muletto che trasportava balle di plastica una delle quali travolse l’operaio. Pasquale Di Giacinto, inoltre, è stato condannato a un ulteriore anno per il reato di impedimento del controllo. E mentre queste condanne di primo grado sono state impugnate in Appello con i difensori pronti a dare battaglia, nei giorni scorsi il pm Stefano Giovagnoni, titolare della prima maxi inchiesta, ha aperto un nuovo fascicolo iscrivendo un nome nuovo nel registro indagato. L’inchiesta scaturisce proprio dalle motivazioni della sentenza di primo grado pronunciata dal giudice Giovanni Cirillo che in un passaggio evidenziano quanto emerso nel corso dell’istruttoria in merito allo spostamento di alcune balle di plastica. Al nuovo indagato, all’epoca dei fatti dipendente dell’azienda, viene contestata l’ipotesi di reato previsto dall’articolo 452 septies del codice penale che così recita: «Chiunque predisponendo ostacoli o mutando artificiosamente lo stato dei luoghi, impedisce, intralcia o elude l'attività di vigilanza e controllo ambientali e di sicurezza e igiene del lavoro, ovvero ne compromette gli esiti, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni».
Nelle 105 pagine di motivazioni il giudice Cirillo più volte sottolinea il fatto che quella morte avrebbe potuto essere evitata e così scrive in un passaggio: «Era quasi un mese che Michele Bonaccorso, dai colleghi chiamato Niki Lauda, correva con il muletto per tutto il piazzale a velocità elevatissima suscitando la riprovazione degli autisti. Sarebbe bastato che i due datori di lavoro si fossero degnati, come era loro preciso dovere, di recarsi sul piazzale a controllare, nell’arco di un mese, il regolare espletamento dei lavori e il corretto comportamento di tutti i lavoratori, affinché l’incidente venisse evitato. Non a caso si insegna, in tema di prevenzione di infortuni sul lavoro, che il datore di lavoro deve vigilare per impedire l’instaurazione di prassi “contra legem” foriere di pericoli per i lavoratori».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

