Ora Teramo vuole la sede

Lanciotti: «Chiederemo ai colleghi aquilani di ridiscutere l’accordo sulla fusione»
TERAMO. La Camera di commercio di Teramo chiederà a quella dell’Aquila di rivedere l’accordo in base al quale la sede legale del nascente ente camerale unico del Gran Sasso sarà il capoluogo di Regione. Lo ha detto ieri il presidente teramano Gloriano Lanciotti, senza però rinnegare le scelte fatte dalla giunta camerale in precedenza.
LA DIFESA. «Non c'è stata alcuna svendita del territorio, né accordi trasversali per la spartizione di poltrone: la creazione della Camera di commercio del Gran Sasso, nata dall'accorpamento degli enti di Teramo e L'Aquila -con sede legale nel capoluogo di regione e sede secondaria a Teramo-, è stata il frutto di un preciso ragionamento, quello di salvaguardare la nostra struttura che all'epoca, con le norme vigenti, rischiava la chiusura insieme all'alienazione dei beni. Insomma c'era il serio rischio che in città potesse rimanere solo qualche ufficio e noi abbiamo agito con pragmatismo imprenditoriale». Così Lanciotti, insieme alla giunta camerale, prova a fare un po’ di chiarezza su una vicenda conseguente a «una riforma nazionale pasticciata», partendo dalla cronologia dei fatti, essenziali per comprendere la questione. E qui Lanciotti non risparmia una stilettata agli onorevoli abruzzesi, colpevoli a suo dire di aver fatto poco o niente per correggere la riforma degli enti camerali.
NORME CAMBIATE. Il presidente dell’ente teramano continua spiegando che, all'epoca della decisione di creare la Camera del Gran Sasso, vigeva la norma di realizzare un'unica struttura con sede nel capoluogo di regione. «Poi però hanno cambiato le carte in tavola», sottolinea. Lanciotti pertanto respinge con fermezza le polemiche nate successivamente alla pubblicazione del decreto Calenda che, all'interno del processo di fusione di due enti camerali, individua nel numero di imprese sul territorio il criterio da utilizzare per l'assegnazione della sede legale. A Teramo, stando ai dati, toccherebbe la sede. Ma la fusione avvenuta in precedenza, su base volontaria, resta valida. Non è stata dunque una buona mossa per la città giocare d'anticipo, e all'ente teramano ora non resta che giocare la carta della mediazione. «Convocheremo i colleghi aquilani per verificare se c'è la volontà di applicare il decreto Calenda, di rivedere l'accordo», spiega un Lanciotti poco convinto dell'esito positivo della trattativa. Nel capoluogo aquilano infatti c’è già stata una levata di scudi contro questa eventualità. Il presidente aquilano Lorenzo Santilli, contattato dal Centro, ha rimandato a lunedì un suo commento. Intanto la Camera di commercio teramana il prossimo 30 ottobre convocherà il consiglio e porterà all'ordine del giorno la discussione sulla norma statutaria e sui componenti del nuovo assetto, nonchè la richiesta di un incontro con L'Aquila. «Una cosa è certa», ribadisce il presidente della Camera teramana, «in ogni caso, in entrambe le sedi saranno mantenuti tutti i servizi che attualmente vengono offerti, e quindi resterà inalterato il livello di assistenza e supporto alle imprese». L'ente di Teramo insomma manterrà risorse, personale e funzioni sul territorio.
I RICORSI. Lanciotti ricorda che questa legge di accorpamento degli enti camerali, che da 105 passeranno a 60, non è condivisa da buona parte del sistema aziendale. «Rete imprese Italia ha presentato più di una rimostranza in merito e ci sono ben quattro Regioni (Lombardia, Toscana, Puglia e Liguria) che hanno impugnato la riforma». E proprio il 6 novembre si terrà la discussione di due di questi ricorsi. «Se avessero un esito positivo, potrebbe anche accadere che la riforma venga annullata e, come nel gioco dell'oca, si ripartirebbe dall'inizio», conclude Lanciotti, non nascondendo che questo estremo stravolgimento, calato dall'alto, sarebbe una soluzione che risolverebbe più di un malumore.
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