Percolato nel Tordino, il giudice «Cirsu e Csa non vigilavano»

A sei mesi dalle quattro condanne Pompei spiega che il responsabile di un’impresa pericolosa si deve porre come garante dell’ambiente. Invece ci fu una gestione non consona dell’impianto
TERAMO. Percolato nel Tordino: a sei mesi dalle quattro condanne degli allora vertici del Cirsu e del Consorzio Stabile Ambiente, che all'epoca gestiva il polo tecnologico di Grasciano, ad inchiodare alle proprie responsabilità Angelo Di Matteo (all'epoca presidente del Cirsu), Diego De Carolis (per un periodo legale rappresentante del consorzio), Massimo Martinelli e Francesca Maria Siciliani (quali legali rappresentanti, succedutisi nel tempo, del consorzio Stabile Ambiente), sono le motivazioni della sentenza, depositate alcuni giorni fa dal giudice Enrico Pompei.
Motivazioni che, partendo da una sentenza di Cassazione del 2015 che interviene proprio sulla figura del "gestore" in campo ambientale, evidenzia come i quattro, ognuno nel proprio ruolo, non abbiano svolto quel ruolo di garanzia che la legge gli assegna. La sentenza della Suprema Corte richiamata dal giudice Pompei evidenzia infatti come «il soggetto titolare di un'impresa potenzialmente pericolosa assume una posizione di garanzia nei confronti dell'interesse collettivo alla tenuta dell'ambiente e deve perciò adottare tutte le misure che si rendano necessarie per evitare di mettere in pericolo il bene protetto».
Misure che nel caso della discarica di Grasciano non sarebbero state adottate. «Soffermandoci sui ruoli specifici svolti negli imputati nella vicenda corrente», scrive Pompei, «è innegabile che il De Carolis Diego nella qualità di legale rappresentante dal 21 maggio 2013 al 23 novembre 2013 della Cirsu Spa, debba essere considerato, nel periodo di riferimento, proprietario e gestore dell'impianto e come tale di uno specifico obbligo di vigilanza dallo stesso disatteso quantomeno in relazione a quanto emerso nel sopralluogo del 7 novembre 2013 dove fu accertata la mancata captazione del percolato in discarica e la presenza di accumuli dello stesso in vari punti dell'impianto».
Nell'evidenziare una gestione non consona dell'impianto il giudice sottolinea poi le responsabilità dello stesso Di Matteo, legale rappresentante del Cirsu spa dal 23 novembre 2013 e già membro del cda «il quale, nel corso dell'esame evidenzia come la fuoriuscita del percolato, accertato in data 29 gennaio 2014, sia ricollegabile ad anomalie costruttive dell'impianto di raccolta e delle vasche in particolar modo, sanate solo a seguito del sopralluogo effettuato dagli accertatori». Una situazione a fronte della quale, per il Tribunale, Di Matteo «avrebbe dovuto adottare tutte le precauzioni necessarie al fine di attenersi alle prescrizioni sul punto».
Un obbligo di vigilanza che per il giudice gravava anche sui responsabili del consorzio Stabile Ambiente, che all'epoca gestiva il polo tecnologico di Grasciano. Da qui la condanna Di Matteo e Martinelli ad otto mesi e di Siciliani ad otto mesi e 15 giorni (quest'ultima è stata ritenuta responsabile anche della mancata richiesta di rinnovo del certificato antincendio) e al pagamento, a carico di tutti gli imputati, di seimila euro di ammenda per quei reati che prevedevano pene contravvenzionali.
Il collegio difensivo era composto dagli avvocati Eugenio Galassi, Nicola Sotgiu, Marco Pierdonati e Gianrico Ranaldi.
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