Picchia e minaccia la figlia 14enne: mamma a giudizio

Una 48enne teramana è accusata di maltrattamenti Le indagini scattate dopo la segnalazione delle insegnanti
TERAMO. Il capo d’imputazione racconta un inferno domestico. Perché i genitori non li scegli e la retorica di chi li vuole sempre amorevoli e attenti non sta nel quotidiano. Come questa storia, l’ennesima in un’aula di tribunale. Una mamma di 48 anni rinviata a processo per maltrattamenti nei confronti della figlia oggi ventenne.
Ne aveva poco più di 14 quando, secondo l’accusa, la madre l’avrebbe colpita in più occasioni con schiaffi e tirate di capelli, puntandole contro anche un coltello da cucina e lasciandole dei segni che la ragazza avrebbe fatto poi vedere alle insegnanti da cui sarebbe partita la prima segnalazione. La donna ieri è stata rinviata a giudizio dal gup Marco Procaccini che ha deciso che sarà un processo ad accertare la verità. Almeno quella giudiziaria.
Per ora resta l’accusa della Procura (titolare del fascicolo il pm Enrica Medori) che nella richiesta di rinvio a giudizio scrive: «Maltrattava la figlia, convivente all’epoca dei fatti in trattazione, profferendo nei confronti della ragazza quando era ancora minorenne, frasi del grave tenore dispregiativo e minaccioso, nonché colpendola in più occasioni con schiaffi, pizzichi, tirate di capelli, puntandole contro, in maniera minacciosa, un coltello da cucina, minacciandola di morte qualora non fosse uscita di casa, lasciandole con dette condotte violenti segni sul corpo che venivano poi mostrate dalla vittima alle sue insegnanti, a volte anche alla presenza del figlio più piccolo». E così aggiunge: «Con condotte tali da instaurare un clima di terrore familiare e da rendere abitualmente dolorosa la convivenza familiare ed altresì costringere la figlia maggiore a rifugiarsi spesso a casa dei nonni».
Fatti che secondo la Procura sarebbero avvenuti in un arco di tempo compreso tra il 2013 e il 2019. La donna è accusata anche di tentata violenza privata. A questo proposito sempre secondo l’accusa della Procura, anche questa da dimostrare nel corso del processo, così si legge nella richiesta di rinvio a giudizio, «perché mediante intimidazione telefonica consistita nel minacciare di uccidere il loro figlio di 11 anni costringeva il compagno a far immediato ritorno a casa, compiendo quindi atti idonei diretti in modo non equivoco a coartare la volontà del compagno fuori casa per motivi di lavoro, non riuscendo nell’intento solo per cause indipendenti dalla sua volontà, ovvero per la ferma reazione del compagno che si rifiutava di rientrare ritenendo presumibilmente irrazionali le minacce espresse dalla compagna».
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