Poliziotto condannato dalla Corte dei conti

15 Marzo 2015

Dovrà ridare 100mila euro per aver percepito indebitamente fondi per l’imprenditoria femminile

TERAMO. La prescrizione li aveva fatti assolvere nel processo penale, ma davanti alla Corte dei conti le cose sono andate molto diversamente. Leo Luciotti, 48 anni, assistente capo della polizia stradale, e la sua ex socia Anna Ciccantelli, di 43 anni, sono stati condannati al pagamento di110mila euro per restituire alla Regione Abruzzo un cospicuo finanziamento – ottenuto senza averne diritto, secondo i giudici – erogato in base alla legge per il sostegno all’imprenditoria femminile. Fondi ottenuti indebitamente perché –si legge nella sentenza – in realtà l’impresa di cui risultava titolare la Ciccantelli «non era votata all’imprenditoria femminile», visto che la donna era «mera prestanome», con un ruolo «del tutto marginale, se non inesistente» nella società e che peraltro «sotto il profilo lavorativo era impegnata presso altre attività imprenditoriali».

La vicenda inizia nel gennaio 2002 quando la donna, in qualità di rappresentante legale della “L&M vetri di Ciccantelli Anna e c. sas”, con sede in via Torre Bruciata a Teramo – azienda la cui attività è cessata nel 2009 – , chiede un finanziamento di 133mila euro in base ai benefici previsti dalla legge regionale per sostenere l’imprenditoria femminile. Il finanziamento viene concesso dalla Fira che, a seguito di un’istruttoria, non riscontra alcuna irregolarità nella documentazione. Non dello stesso avviso la procura della Repubblica che avvia un’inchiesta penale per truffa sul conto dei due soci. A Luciotti, inoltre, viene contestata anche l’accusa di peculato per avere usato l’auto della polizia nella sua attività imprenditoriale, accusa dalla quale viene però assolto con la formula più ampia perché il fatto non sussiste. La procura invia gli atti dell’inchiesta alla Corte di conti e così, parallelamente al processo penale, inizia quello contabile. La Corte dei conti, sulla base della documentazione ricevuta non ha dubbi: la società della Ciccantelli non aveva diritto ad avere quel finanziamento, perché era Luciotti «il vero e unico imprenditore, cioè colui che in concreto ha esercitato e organizzato l’attività economica al fine di produrre beni e servizi». Ed è per questo motivo che i giudici hanno ripartito in modo del tutto asimmetrico la soma da risarcire: centomila euro dovrà pagarli Luciotti, la Ciccantelli solo diecimila. (e.a.)

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