Portavano la droga in carcere: il pm chiede condanne per 15 anni

Le richieste per due dei 14 imputati che hanno fatto richiesta di essere giudicati con rito abbreviato. Uno di loro rientrò da un permesso premio dopo aver ingoiato ovuli di eroina e si sentì male
TERAMO. Nei giorni infiniti dell’emergenza Castrogno tra sovraffollamento, detenuti morti (uno per overdose) e spaccio di droga a segnare il quotidiano del penitenziario, c’è la cronaca giudiziaria a riannodare i fili. La Procura ha chiesto condanne a 10 anni e a 5 anni e 4 mesi per due dei reclusi coinvolti nella certosina inchiesta che l’anno scorso ha portato alla scoperta di un maxi spaccio di droga in carcere con 14 rinviati a giudizio.
Due di loro, Giuseppe Vitiello, 43 anni, e Giacomo De Risi, 41 anni, entrambi campani, hanno scelto di essere giudicati con il rito abbreviato davanti al giudice Roberto Veneziano e nell’udienza di ieri il pm Enrica Medori ha fatto le richieste della pubblica accusa. Anche un altro dei 14 imputati ha fatto richiesta di rito abbreviato, ma dopo un cambio di difensori i nuovi legali hanno chiesto una proroga per l’esame degli atti. Per lui udienza rinviata a settembre quando il giudice deciderà sulle richieste di condanna fatte per gli altri due. Per gli altri undici che hanno scelto il rito ordinario il processo inizierà a novembre.
Secondo l’accusa della Procura il gruppo, composto da detenuti e familiari, avrebbe organizzato un vero e proprio spaccio di droga nel carcere teramano con la droga fatta entrare a Castrogno nei pacchi inviati dai parenti, nascosta nei vestiti o nella schiuma da barba, ma anche negli ovuli ingoiati da reclusi mentre erano in permesso premio. Come avvenuto per Vitiello che rientrato in carcere dopo un permesso premio si sentì male proprio a causa degli ovuli di droga ingoiati: l’uomo, all’epoca venne portato in ospedale. E fu proprio dalle cause di quel malore che partì l’inchiesta con indagini delegate alla polizia.
La successiva attività fece emergere una vera e propria rete di spaccio tra detenuti: protagonista soprattutto un nucleo familiare forte della stretta collaborazione malavitosa con una famiglia, non italiana, che dall’esterno gestiva acquisto di sostanza stupefacente e destinazione. La droga veniva pagata attraverso ricariche di poste pay dai familiari dei detenuti e i soldi dell’incasso servivano per acquistare nuova sostanza stupefacente da spacciare nel mercato del carcere teramano: non solo cocaina ma anche eroina, hascisc e marijuana.
Più episodi, correlati tra di essi e non, portarono all’epoca la squadra mobile a ricostruire tutti i passaggi dello spaccio e a identificare i presunti responsabili. Gli stratagemmi, in molte occasioni, furono scoperti dagli agenti di polizia penitenziaria che ormai da tempo garantiscono controlli serrati, nonostante la grave carenza di personale, proprio per contrastare il fenomeno dell’introduzione di droga in carcere.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

