Professore aggredito, parla Crepet: «Ragazzi da punire. E le famiglie mettano paletti»

31 Maggio 2026

Nereto, il caso del docente ferito a scuola dagli studenti. Gli sbagli degli adulti: «Alimentano la frustrazione, tolta la possibilità di un no», dice il sociologo Paolo Crepet. «A nessuno è concesso di cadere, neanche a Jannik Sinner»

«Ha pienamente ragione il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara. Questi ragazzi vanno denunciati e puniti. Cosa vogliamo aspettare, che spunti il prossimo coltello?». L’aplomb e la determinazione sono quelli di sempre: lo psichiatra, sociologo e saggista Paolo Crepet, volto noto del piccolo schermo, molto seguito per le sue analisi critiche e provocatorie sui temi dell’educazione, della genitorialità, delle relazioni e del disagio giovanile, analizza l’episodio avvenuto in Abruzzo, dove un docente di diritto è stato aggredito e ferito. Solo uno degli ultimi fatti di violenza accaduti in Italia in ambito scolastico.

Professore, che ne pensa di quanto accaduto?

«È un fatto orribile. Penso quello che dico da tanti anni: sarebbe ora di capire che l’età evolutiva è cambiata e che quello che succedeva in tarda adolescenza adesso accade in preadolescenza».

Perché quest’anticipazione dei tempi, anche nella violenza?

«È tutto anticipato in una società che corre verso il male. È come se diciamo che i ragazzi oggi sono più alti rispetto alle precedenti generazioni perché mangiano più omogeneizzati. La nostre bisnonne non sono cresciute con gli omogeneizzati. La violenza si esplica prima come fenomeno di un disagio e di una frustrazione latente. Si entra prima nel mondo senza avere il biglietto».

Spieghi meglio...

«È come arrivare in un luna park e non poter salire sulla ruota panoramica. Tutto deriva dalla frustrazione che noi adulti abbiamo alimentato nei ragazzi togliendo loro la possibilità di imparare che cos’è un no, cos’è una sconfitta».

Un esempio, lo può fare?

«Non insegniamo più a giocare ai bambini che, così, non si abituano a perdere. È talmente facile, sembra un ragionamento banale ma non lo è affatto».

Condivido, ma cosa si può fare per arginare la violenza tra i giovanissimi?

«Se questo è il mondo che vogliamo io dico: prego accomodatevi. Lo pensava anche un grande sociologo e filoso francese, Edgar Morin, morto la scorsa notte. Un gigante del pensiero secondo il quale se il calcolo prende il posto del ragionamento è la fine. Ed è quello che sta accadendo».

Perché parla di pensiero come arma contro l’aggressività?

«Il pensiero contempla fragilità, paure. In questo mondo non si può più sbagliare, non si può essere fragili, né cedere un momento. Non è concesso a nessuno. Quello che sta succedendo a Jannik Sinner, crollato dopo un malore, ne è la dimostrazione plastica».

Di cosa?

«Siamo una società di automi. I ragazzini che a 14 anni compiono queste barbarie ci stanno dicendo che siamo noi i responsabili, ma non ci va assolutamente di capirlo. Episodi così aberranti nascondono una ricerca di aiuto. Per leggere quell’appello c’è un altro mondo che non è solo dire di quanti magistrati minorili si ha bisogno. Tanto sono minorenni e non punibili».

È un bene o un male che non lo siano?

«Meno male perché li metteremmo dentro una galera e chiuderemmo il cancello. Tutti vorrebbero infilarli in gabbia e gettare la chiave. Invece questi ragazzi vanno capiti».

Capiti?

«Sì, non bisogna non far finta di nulla perché il perdonismo toglie autorevolezza. È sbagliato che un insegnante perdoni. Il verbo è sbagliato: un insegnante deve punire, che non vuol dire dare delle sberle, ma far capire da dove nasce l’errore».

L’insegnate aggredito a Parma ha sbagliato a non denunciare?

«Certamente. La denuncia non c’è stata in quanto la scuola vuole togliersi dalle responsabilità. Se denunci, esponi anche te stesso e la tua incapacità di educare. Far finta di niente è quasi un voler giustificare. Ogni docente, o quasi, oggi la pensa così: non voglio storie, non voglio che ci sia qualcuno che un domani mi venga a cercare».

Non ci sta facendo un quadro edificante...

«Ma questo è. Il che vuol dire aspettare la prossima coltellata. Tutto quello che si vede e si sente in giro ha dell’assurdo, è completamente sbagliato. Un susseguirsi di episodi a catena dovuti al fatto che questi ragazzini restano impuniti».

Gli adulti dovrebbero essere più severi?

«Se non diciamo niente, se l’unica frase che si sente in giro è: bisogna capirli, sono ragazzini, dove vogliamo andare? Questi vanno alle 2 di notte a bere, non esiste. Il ragazzino è quello che sta a casa con il nonno a 14 anni, non quello che tira fino alle 3 di notte, beve e torna con il motorino. C’è bisogno di regole».

Pensa che non ce ne siano a sufficienza?

«Non vengono fatte rispettare, i genitori non mettono paletti. Non fanno capire ai ragazzi che hanno fatto del male. Sono come dei cuccioli di gorilla tirati su allo stato brado dalla famiglia, dalla scuola e da tutto il contesto».

Ma i genitori cosa possono fare?

«Abbiamo deciso che la famiglia non esiste più, la scuola non deve far più niente, il parroco non c’è. Questo è il contesto in cui si sviluppano gli episodi di violenza».

Se fosse stato al posto dell’insegnante aggredito avrebbe denunciato?

«Lo avrei fatto subito. Ma denunciare non significa rivolgersi alla magistratura, che tanto non può fare nulla».

E allora?

«Prendere una posizione netta, chiedere al sindaco di fare un’assemblea pubblica, chiamare i genitori di tutti i ragazzini a occuparsi del tema della violenza e affrontare il problema. Toglierlo dal buio pesto del compromesso. Invece, siamo diventati tutti neutrali, non vogliamo schierarci, né esporci pubblicamente. Siamo per una scuola dove si entra con i coltelli e si fanno pure i reel su Instagram invece di caldeggiare una scuola severa che valuta».

È sulla stessa linea del ministro Valditara?

«Il ministro ha ragione da vendere. Non si può arretrare e non denunciare quanto accaduto. Significa assolvere completamente. Il primo passo è prendere posizione, non scegliere il quieto vivere. Parlarne magari e pensare ad una punizione che sia educativa, come i lavori di pubblica utilità. A quell’età non si può stare fermi a guardare: bisogna chiamare a rapporto mamma, papà, nonna, zia, tutti. Capire che succede, altrimenti la catena della violenza non si spezzerà più».

©RIPRODUZIONE RISERVATA