«Quel processo ai brigatisti con agenti armati sui tetti»

8 Novembre 2015

Il cancelliere Rolando Di Diodato va in pensione, era in servizio dal 1972 «Una notte comprai 50 cornetti da offrire in aula a chi attendeva la sentenza»

TERAMO. Quel processo ai brigatisti «con Renato Curcio in aula e i poliziotti armati anche sul tetto del tribunale», quella volta che alle 4 di notte, in attesa di una sentenza, arrivò con cinquanta cornetti caldi per tutti quelli che erano in aula e, ancora, quel bambino abbracciato dal maresciallo che lo aveva salvato: Rolando Di Diodato, 62 anni, racconta per mantenere la memoria. Quella di un cancelliere che ha attraversato quasi mezzo secolo di vita nelle aule di giustizia, da qualche giorno in pensione dopo 43 anni di servizio. E se la storia grande fa i suoi giri tra palazzi e metropoli, quella di tutti i giorni si consuma altrove. Come in un piccolo tribunale di provincia dove tra il 1983 e il 1984, in un’Italia ferita a morte dagli anni di piombo e dall’omicidio Moro, si celebra uno dei tanti processi ai terroristi questa volta accusati di rapina: sfilano Curcio, Barbara Balzerani, Marco Donat Cattin.

In aula c’è un giovane cancelliere di nemmeno 30 anni: si chiama Rolando Di Diodato, classe 1953, teramano, tornato a lavorare nella sua regione dopo sei anni di esperienza nei tribunali romani. «Venivo dalla Capitale», racconta, «e quindi qualche processo ai terroristi lo avevo visto. Ma qui mi sembrò tutto diverso, forse perchè la città era piccola e sicuramente processi di questo genere non si erano ancora visti. In aula c’erano Curcio, Balzerani e Donat Cattin e il palazzo di giustizia era blindato. C’erano poliziotti e carabinieri ovunque, anche sul tetto del tribunale. I giudici erano super scortati. A presiedere il collegio c’era il giudice Emilio Profeta, teramano, persona di grande preparazione e spessore umano. Fu un processo difficile perchè il clima di quegli anni era molto pesante, ma condotto nel migliore dei modi dal presidente del collegio tanto che in aula non vi furono mai delle contestazioni e tutto si svolse regolarmente».

La risacca del tempo riporta al presente quasi mezzo secolo di storia e gli episodi si susseguono con un ritmo frenetico. Racconta ancora questo il cancelliere di Fano Adriano con la passione della cucina: «Quante notti trascorse in tribunale quando le camere di consiglio duravano veramente molte ore. Ne ricordo una, in particolare. Si processavano degli albanesi accusati di sfruttamento della prostituzione, una brutta e pesante vicenda perchè gli uomini della banda per obbligare le donne a prostituirsi e a riportare grosse somme di denaro erano accusati di legare i figli piccoli delle donne ai tavoli. Quella notte la camera di consiglio fu molto lunga: i giudici si ritirarono alle 18 e alle 4 erano ancora in camera di consiglio. In aula c’erano molte donne, alcune erano fuori con i bambini in braccio. Io e un mio collega decidemmo di andare a comprare qualcosa di mangiare, ma alle 4 di notte era tutto chiuso. Allora andammo a San Nicolò a Tordino, in un laboratorio dolciario e prendemmo cinquanta cornetti, cappuccini, caffè e bottiglie d’acqua a spese nostre da offrire a tutti quelli che stavano in aula. Non dimenticherò mai lo sguardo di alcune donne anziane mamme dei detenuti e quell’abbraccio infinito tra un bambino, di quelli legati dagli sfruttatori, e il maresciallo che lo aveva trovato durante il blitz . Era fuori dall’aula con la mamma, quando vide il carabiniere gli corse incontro e lo abbracciò». Da Renato Curcio al processo mediatico degli ultimi anni, quello all’imputato Salvatore Parolisi, condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio della moglie Melania Rea dopo un rito abbreviato e a 20 anni dopo il pronunciamento della Cassazione. «Ero di turno la sera della sentenza a Teramo», racconta, «difficile capire i suoi sentimenti». Di giudici ne ha conosciuto davvero tanti, a cominciare da una giovane Franca Zacco, negli anni di Giorgio Napolitano al Quirinale diventata uno dei magistrati dell’ufficio giustizia del segretariato generale della Presidenza della Repubblica: «Tutti bravi, tutti molto preparati e con un senso della giustizia profondo che non era solo quello della legge ma anche del padre di famiglia. Come è cambiata la giustizia in questi anni? Posso solo dire che i tempi dei processi si sono allungati e che il personale è sempre di meno». Ma questo, ora, appartiene al passato.

Il presente di Rolando è dedicato alla sua grande passione: la cucina. «Sono un cuoco autodidatta» ama ripetere. A gennaio partirà per Medjugorje dove insegnerà l’arte dei fornelli ai giovanissimi studenti impegnati in uno stage di un albergo a cinque stelle: «Porterò le scrippelle teramane, non solo quelle ’mbusse ma anche come dolce con la marmellata e per l’aperitivo ripiene di prosciutto».

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