Raffica di reazioni: «No alla gabbia sui resti»

Chiarini grida allo scandalo: «Affaristi e politicanti ci speculano». D’Alberto: «Coinvolgere la città»
TERAMO. Arrivano a raffica le reazioni sul progetto di recupero del teatro romano che di fatto lo chiuderà alla vista dall’esterno e sono tutte negative. Associazioni, gruppi politici ed ex consiglieri comunali che hanno seguito le tortuose evoluzioni della vicenda ultradecennale dell’intervento destinato a restituire alla città lo spazio per spettacoli risalente all’età imperiale sono unanimi nel bocciare la soluzione presentata dallo studio Bellomo.
TERAMO NOSTRA. Il più arrabbiato è Piero Chiarini, presidente di Teramo Nostra che non esita a definire «una vergogna» il progetto svelato dal Centro. «Dopo 23 anni di lotta e più di dieci milioni di euro portati a Teramo per quest’intervento», esordisce, ricordando l’ostinazione con cui la sua associazione si è battuta per arrivare al risultato finale, «ci ritroviamo un progetto sciagurato». Chiarini non trattiene l’irritazione e l’amarezza. «Un teatro romano completamente coperto non esiste al mondo», insiste, «ma dove si è vista mai una cosa del genere?». La necessità di proteggere i reperti dalle «piogge acide» per lui è solo una scusa. «Dietro ci sono i politicanti e gli affaristi che vogliono speculare su quest’opera senza alcun recupero», scandisce, «come hanno fatto con gli scavi di piazza Sant’Anna e alla Madonna delle Grazie». Teramo nostra però, assicura Chiarini, continuerà a «combattere in tutte le sedi contro per fermare questo scempio».
D’ALBERTO. Forti perplessità sull’intervento, così come prospettato dal progettista, sono manifestate anche dall’ex consigliere comunale Gianguido D’Alberto, secondo cui l’ingabbiatura dei resti romani tradisce gli indirizzi dettati per il recupero dell’area archeologica in centro. «Bisogna ripartire dalla scelta fatta in consiglio nel 2010, quando fu approvato all’unanimità lo studio di fattibilità dell’intervento», spiega, «c’è una difformità sostanziale grave nella soluzione prospettata che svilisce il senso dell’opera e la destinazione originaria di quello spazio». Il progetto, che secondo lui è ben lontano dalla fase esecutiva, a conferma di inadempienze e incapacità dell’amministrazione, deve essere «aperto alla città» in un processo partecipativo che coinvolga non solo tecnici ed esperti. «C’è anche un problema di metodo», afferma l’ex consigliere, «l’intervento va ricompreso in una visione complessiva del centro» D’Alberto, tra l’altro, sollecita «un’accelerazione delle procedure per gli espropri di palazzo Adamoli e di casa Salvoni che sono fermi al 2013» per imprimere una svolta vera al progetto.
VERNA. Per l’ex consigliere comunale del Pd Maurizio Verna è necessario sospendere la procedura per la progettazione esecutiva del recupero del teatro romano fino all’insediamento della nuova amministrazione «per un supplemento di riflessione e un opportuno momento di confronto di cui si avvantaggeranno sicuramente il progetto finale e lo sviluppo della nostra città negli anni a venire». Secondo lui, infatti, «la copertura limitata ai soli resti romani, ove strettamente necessaria per metterli al riparo dall’azione corrosiva degli agenti atmosferici, dovrà essere il più possibile leggera ed essenziale e ad impatto minimo». L’ex consigliere sottolinea che «non siamo ancora fuori tempo massimo per aprire la necessaria fase di confronto e consultazione, coinvolgendo tutta la cittadinanza teramana e le associazioni che si sono lungamente spese su questo tema». Il riutilizzo del teatro romano, secondo lui, «non può essere avulso dalla storia e dall’identità del capoluogo, già abbastanza stravolte e penalizzate da interventi edilizi calati dall’alto e dalla mortificazione sistematica della funzionalità dei luoghi a cui abbiamo assistito negli ultimi anni».
CINQUESTELLE. L’abbattimento di palazzo Adamoli e casa Salvoni e l’idea di integrare gli elementi architettonici di epoca romana con interventi tesi al recupero funzionale della cavea sono le uniche luci che il Movimento 5 stelle vede nel progetto. La copertura dei resti è definita dai grillini «un’ennesima teca, una scatola impenetrabile, di fatto una barriera che allontana anziché avvicinare, una cesura visiva e fisica che tanto ricorda quella della domus in Piazza Sant’Anna». I cinquestelle aggiungono, inoltre, che «l’ingresso stesso del teatro, nel rendering è rivestito di pannelli nerissimi, che appaiono assolutamente fuori luogo in un intervento che dovrebbe fare del genius loci, del rapporto con il contesto uno dei suoi cardini». La soluzione tecnica, figlia delle «solite gare pasticciate» messe in campo dall’amministrazione, è dunque considerata «un’enormità senza senso» che riserva al teatro di Teramo una sorte mai capitata in precedenza ad altre strutture simili. Per questo il Movimento 5 stelle non la ritiene «ottimale alla valorizzazione di un’opera su cui è invece assolutamente necessario puntare per poter rinascere, per poter realmente ambire, un giorno non troppo lontano, a essere capitale della cultura, supportando stavolta la candidatura con i fatti e non con i proclami».
LUCENTI. La vicenda del recupero del teatro romano, secondo Giuliano Lucenti, presidente del coordinamento dei comitati di quartieri e frazioni, è emblematica della situazione in cui si trova la città: ferita dalle calamità naturali e da scelte amministrative che definisce oscene. «Tenere un sito o uno spazio archeologico come il teatro romano chiuso, non più fruibile e visibile alla città o a chi decidesse comunque di continuare a venire a Teramo», afferma, « è come affidare ad un tecnico il restauro o la realizzazione di una stanza in una nostra abitazione lasciandola senza luci, senza una finestra, senza un balcone o una terrazza in cui potersi semplicemente affacciare». Lucenti, dunque, si appella al commissario Luigi Pizzi per fare «piena luce sul procedimento amministrativo di recupero e di restauro del teatro romano e che il progetto venga rivisitato e condiviso, non come è avvenuto sfno ad oggi».

