Ragazzo annegato nei vasconi: nessun risarcimento ai familiari

29 Gennaio 2024

I giudici: «Determinante la condotta imprudente della vittima anche se il sito dell’Arap non era sicuro» I Di Patrizio: «Siamo sconcertati, hanno dato tutta la colpa a un 14enne considerandolo come un adulto»

TERAMO. Una giustizia spietatamente coerente continua a negare qualsiasi risarcimento alla famiglia di Lorenzo Di Patrizio, il 14enne studente teramano che nel luglio del 2009 morì annegando in uno dei vasconi di raccolta dell’acqua dell’allora Consorzio industriale (ora confluito nell’Arap), in contrada Carapollo.
Dopo le assoluzioni in sede penale di due dirigenti del Consorzio la famiglia Di Patrizio, rappresentata dall’avvocato Nicola Rago, aveva aperto un secondo fronte in sede civile chiedendo il riconoscimento del danno per la condotta colposa dell’ente. La tesi dei Di Patrizio è sempre stata la stessa: quel bacino idrico non era sottoposto a vigilanza e non era delimitato da una recinzione idonea, tanto che Lorenzo e i suoi amici vi si erano introdotti facilmente sfruttando un varco nella recinzione stessa (esistente peraltro da anni, come è emerso nei processi penali, e richiuso alla meglio subito dopo l’annegamento del ragazzo). Il tribunale civile di Teramo (giudice monocratico Mariangela Mastro) nel 2021 aveva rigettato la domanda, ritenuta «infondata». Il giudice aveva scritto nella sentenza che nessuna responsabilità può essere ascritta all’Arap in quanto «resta incontrovertibile il fatto che la vittima si sia volontariamente introdotta in un’area non deputata allo svago e si sia avvicinato, in maniera evidentemente imprudente, a vasche non preposte alla balneazione», per cui «con una condotta di abnorme imprudenza e di obiettiva eccezionalità, ha imprevedibilmente deviato dalle regole cautelari esigibili nel caso concreto». Dunque, la condotta dello sventurato ragazzo per il tribunale avrebbe «integrato gli estremi del caso fortuito idoneo a recidere completamente il nesso causale tra la cosa in custodia e il danno». La sentenza di secondo grado, appena pubblicata, conferma in toto questa tesi anche se, rispetto al primo grado, dà un “contentino” ai Di Patrizio, che la giudice Mastro aveva condannato a pagare oltre 19mila euro di spese processuali, compensando in toto le spese tra le parti. Si legge al riguardo nella sentenza: «Le condotte omissive dell’ente proprietario del terreno e dei manufatti ivi collocati, pur prive di efficienza causale rispetto all’evento, meritavano e meritano di essere valorizzate ai fini del regolamento delle spese processuali, giacché esse – accertate nella loro sussistenza anche in sede penale da sentenza passata in giudicato e tali da rendere non inverosimile la prospettazione di una responsabilità civile del predetto ente – integrano, unitamente alla tragicità della vicenda, gravi ed eccezionali ragioni che avrebbero giustificato e giustificano la integrale compensazione tra tutte le parti delle spese processuali».
Francesca Di Patrizio, la sorella di Lorenzo, esprime così il punto di vista della famiglia: «In verità non ci aspettavamo molto da questo appello visti com'erano andati gli altri processi, ma siamo comunque rimasti sconcertati. Come fa un giudice a dire che un 14enne ha la stessa testa di una persona adulta e quindi ha tutta la colpa? Noi pensiamo che ci fosse un concorso di colpa, del resto la sentenza stessa parla di responsabilità civile del Consorzio: e allora come si fa a negare un risarcimento? È una profonda ingiustizia, siamo schifati: hanno adottato lo stesso principio della sentenza dell'Aquila in cui si dice che la colpa dei giovani morti nel terremoto era loro perché sono rimasti nelle case. Sono passati 14 anni e i giudici stanno sempre a dire che la colpa è di un ragazzino quando ad oggi il sito è rimasto identico, non sono state apportato vere migliorie per la sicurezza. Andare in Cassazione? Ancora non so che vogliamo fare, intanto bisogna vedere se questa sentenza è impugnabile».
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