Ricatti sessuali nella chat gay, via al processo

Gli imputati sono tre senegalesi accusati di rapina e sequestro di persona a scopo di estorsione
TERAMO. Le accuse, tutte contestate in concorso, vanno dal sequestro di persona e scopo estorsivo alla rapina e lesioni: si è aperto ieri davanti alla Corte d’assise il processo a carico dei tre cittadini senegalesi arrestati l’anno scorso.
I tre avrebbero approcciato le vittime utilizzando un’app per incontri omosessuali con falsi nickname, poi le avrebbero minacciati per costringere il malcapitato del momento a pagare somme variabili tra 100 e 400 euro. E qualora quest’ultimo non li avesse avuti sarebbe stato costretto sotto minaccia a fare il prelievo al bancomat più vicino. Cinque le parti offese che non si sono costituite parte civile nel processo che si è aperto davanti alla Corte d’assise presieduta dal giudice Francesco Ferretti (a latere Marco D’Antoni).
I tre imputati sono assistiti dagli avvocati Tulliola e Luigi Immanuel Aloè. Le indagini inizialmente sono state portate avanti dalla Procura teramana (pm titolare Davide Rosati) ma dopo i primi arresti sono passate alla Procura distrettuale dopo che in sede di convalida dei primi provvedimenti il gip di Teramo aveva dichiarato l’incompetenza funzionale per il tipo di reato(in Corte d’assise presente il pm della distrettuale Simonetta Ciccarelli).
Da qui il passaggio per competenza alla Procura distrettuale con il gip dell’Aquila che aha firmato le ordinanze di custodia per i tre due dei quali trovati nel Teramano e uno a Milano. Secondo la versione fornita all’epoca degli arresti dalla questura «i tre utilizzando l’app “Grindr” con falsi nickname riuscivano ad attirare le vittime con lusinghe e false promesse e le invitavano a rapporti sessuali non a pagamento». Quando la vittima arrivava nel luogo dell’appuntamento, un casolare di campagna alla periferia di Teramo, ad attenderlo trovava più persone che, con un atteggiamento aggressivo minacciava la vittima a cui veniva impedito di andare via. La persona veniva minacciata, bloccata con violenza e costretta a consegnare somme di denaro tra 100 e 400 euro. Qualora non avesse avuto i soldi veniva costretta ad andare in un bancomat per prelevare il contante. Si torna in aula a marzo con l’audizione dei primi dieci testi della Pubblica accusa dopo che la Corte ha respinto alcune richieste presentate dalle difese tra cui quella di sentire le parti offese.(d.p.)
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