«Salvati dagli italiani, ora c’è un futuro»

1 Settembre 2021

Le testimonianze dei profughi afghani ospitati a Montorio. Una bambina disegna il Tricolore: «Grazie per tutto»

MONTORIO. Le matite colorate sul tavolo e una bandiera tricolore rappresentata su un foglio. È il disegno, intriso di libertà e speranza, che una bambina dai grandi occhi neri arrivata dall’inferno di Herat, nell’Afghanistan riconquistata dai talebani, ha realizzato in segno di riconoscenza per gli amici italiani che l’hanno accolta. La stessa gratitudine che si riflette negli sguardi dei propri genitori, dei bambini intenti a disegnare come lei e degli altri connazionali riuniti nell’hotel di Montorio che da lunedì pomeriggio li ospita dopo l’arrivo dal centro di accoglienza di Avezzano.
Iniziano a gustare «il sapore della salvezza», come lo hanno definito, senza il terrore di essere trovati e perseguitati dalle milizie talebane perché ex collaboratori del contingente italiano di stanza per diciotto anni a Herat. Eppure il pensiero è sempre lì, a quel cielo azzurro che fa da cornice alle brulle montagne attorno alla città dove erano tornati a volare gli aquiloni, oggi diventato grigio, e alle proprie famiglie che stanno cercando di raggiungere l’Italia. Hanno percorso a piedi per giorni chilometri insidiosi per arrivare a Kabul dove, ammassati tra tanti disperati fuori dall’aeroporto, hanno cercato di salire su un aereo militare italiano. Al caldo, senza dormire, con il timore di essere colpiti da un attacco terroristico, con tutto quello che sono riusciti a prendere di fretta dalle proprie case che forse non rivedranno più e con il cuore pieno di paura, ma più di tutto di ricordi. Quei ricordi che sono riaffiorati insieme alle lacrime di gioia, ma anche di nostalgia una volta saliti sul grosso velivolo dove a spezzare l’incredulità dei volti per avercela fatta sono stati ancora una volta il sorriso e l’allegria dei bambini. «Per entrare in aeroporto ho impiegato quattro giorni e ci sono riuscito perché mi ha riconosciuto un ufficiale italiano» confida Hasis, 28 anni arrivato con la moglie, il figlio e il fratello Hamad: entrambi hanno lavorato nella base italiana. «Sono stato impiegato al bar della base per anni, mi hanno trattato bene e ho tanti amici militari. Sono appassionato di calcio e agli Europei ho tifato Italia. Avevo aperto un negozio di roba sportiva che ho dovuto abbandonare e sicuramente è stato distrutto».
Hamad di 23 anni non trattiene la commozione per il pensiero della famiglia lontana: «Se non trovano noi, prendono loro e questa cosa ci fa stare male». Sharon è riuscito a salire con la sua famiglia sull’areo verde grazie a un italiano conosciuto nella sua professione da informatico. «Vendevo computer e ho avuto contatti con i vostri connazionali», dice, «per fortuna sono qui altrimenti non so che fine avrei fatto. Cercano quelli che loro definiscono “traditori” e prelevano ragazzi da arruolare nel loro esercito». Salvo è anche Mojibovahman che è portavoce di un esponente politico di Herat. «Il lavoro mi ha esposto a un rischio grandissimo», spiega, «politici, attivisti, giornalisti sono in gravissimo pericolo. Ci sono i rastrellamenti, tanti sono scomparsi e gli sportivi sono fermi C’è un’atleta che si era esposta su facebook, la cercano ovunque».
La situazione delle donne e dei bambini è la peggiore. «Herat è una città fantasma e vedere donne in strada è raro», racconta Hasina, «prima si poteva studiare, lavorare, uscire anche con il volto scoperto, avere un profilo facebook, una vita all'europea. Ora solo segregazione e burqa; sono preoccupata per mia sorella e mia cognata». Le università e le scuole sono chiuse e sono state già abolite le classi miste. «Sono una maestra e mi viene da piangere se penso ai miei studenti e quello che sta succedendo» dice Fawzia che è arrivata con il marito e la figlia Sarah. Un nome occidentale con il sogno di una vita occidentale e di diventare medico in Italia per la ragazza che ha 12 anni. L’occhio straniero delle forze Nato ha illuminato le vite degli afghani che sognavano un approdo definitivo alla democrazia. «Grazie Italia per tutto quello che ci avete dato e ci state dando», concludono i profughi, «i talebani purtroppo sono appoggiati da grandi potenze. Quanto avremmo voluto che voi italiani e gli americani non ve ne foste mai andati».
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