Samira, il padre vuole riportarla in Italia

«Voglio provare a farle scontare la pena qui», ha confidato a un amico. Ma la strada sarà lunga e difficile
MARTINSICURO. «La speranza è quella di poterle far scontare la pena in Italia, almeno i suoi cari avranno la possibilità di vederla, sentirla e starle vicini». Così riferisce un amico di Dario Lupidi, padre di Samira, la 24enne di Martinsicuro condannata all’ergastolo a Bradford, in Inghilterra, per l'uccisione delle due figlie Jasmine di 17 mesi ed Evelyn di 3 anni.
Dario Lupidi non parla, non vuole rilasciare interviste e le sue considerazioni sono affidate ad un amico. «Dario è a pezzi», fa sapere quest’ultimo. «Si era fatto un’idea di come poteva finire il processo, ma la sentenza è difficile da digerire. Il padre è sconvolto. La sua speranza, che cercherà di portare avanti con l’aiuto di alcuni amici, è quella di verificare se c’è la possibilità per Samira di scontare la detenzione in un penitenziario italiano in modo di poterla vedere e sentire. Adesso è ancora presto ma le intenzioni di Dario sono queste». Il padre di Samira è in difficoltà economiche per cui gli è stato possibile andare a Bradford in questo periodo di detenzione della figlia e neanche di assistere alle udienze del processo che ha portato alla condanna senza attenuanti. «Sono sconvolta», le parole di un'amica che ha condiviso con Samira la gioventù a Martinsicuro, «il suo gesto è indifendibile ma conoscendo l’amore che aveva per le sue bambine sono sicura che se rimaneva a Martinsicuro con l’aiuto degli amici questa tragedia non sarebbe avvenuta».
Samira era a Martinsicuro con il suo compagno Carl Weaver quando nacque la prima figlia. Carl lavorava nelle Marche presso alcuni parenti italiani, ma quando aveva perso il lavoro i due avevano deciso di andare in Inghilterra, nella piccola cittadina dello Yorkshire dove abita la famiglia Weaver. Lì era nata la seconda figlia, ma dopo qualche tempo le cose tra i due avevano iniziato ad andare male. Liti frequenti, botte – così ha detto Samira agli inquirenti, ma il compagno ha sempre respinto questa accusa – una situazione che diventa sempre più difficile da sostenere. Anche a causa dello stato depressivo di Samira – confermato poi dagli psichiatri forensi al processo – unito a un’alterata percezione della realtà da parte della ragazza. I due si separano e a metà novembre Samira va con le due figlie in una casa-famiglia a Bradford. È lì che si consuma il dramma il 17 novembre. Samira, temendo che l’ex compagno le porti via le bambine, le uccide in modo brutale, prima soffocandole e poi accoltellandole. «Se non posso averle io non le avrà neanche lui»: queste le parole pronunciate da Samira dopo il delitto, le parole che l’hanno condannata. Il giudice di Bradford le dirà al processo che da quella frase si è capito che quell’orribile delitto lo ha compiuto per punire l’ex compagno. Parole che non le hanno fatto ottenere le attenuanti da lei invocate. La condanna è all’ergastolo: il giudice ha stabilito che Samira dovrà stare almeno 24 anni in cella, poi si vedrà. (red.te.)
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