Santoleri, Simone non può scrivere al padre

10 Maggio 2019

Provvedimento del tribunale dopo le missive dal carcere. Anche la sorella chiede di non ricevere lettere dai due congiunti

TERAMO. Qualche settimana fa la nuova lettera mandata al padre Giuseppe per invitarlo «a dire la verità». È stata l’ultima missiva visto che nei giorni scorsi il tribunale ha notificato a Simone Santoleri il divieto di scrivere al genitore accogliendo la richiesta fatta dalla Procura e prevista dall’articolo 18 dell’ordinamento penitenziario laddove ci siano esigenze particolari. Le stesse che ieri mattina l’avvocato di Maria Chiara Santoleri (parte civile) ha invocato nel presentare al presidente della corte d’assise Flavio Conciatori istanza affinchè vieti a padre e figlio di continuare a scrivere alla ragazza. «Lei con il padre Giuseppe e il fratello Simone non vuole avere niente a che fare e queste lettere le creano condizioni di ansia e stress» ha detto il legale Annamaria Augello. Nel giorno della quinta udienza del processo per il delitto della pittrice Renata Rapposelli, la 64enne originaria di Chieti del cui delitto sono imputati l’ex marito Giuseppe e il figlio Simone, i divieti vecchi e nuovi fanno da sfondo all’audizione di altri cinque testi della Pubblica accusa rappresentata dal pm Enrica Medori. A cominciare dal medico curante dei due imputati e prima ancora della stessa vittima.
IL MEDICO DI BASE. «Vent’anni fa era una bella famiglia» dice Giovanni Iaconi, medico di base dei Santoleri e prima ancora anche della stessa Rapposelli. In aula racconta le patologie di Giuseppe «che soffre di depressione e assume farmaci per la pressione alta. Nell’ultimo periodo aveva anche il problema dell’alcolismo». Nel rispondere alle domande del pm il medico di Giulianova chiarisce circostanze ed incontri. «Giuseppe quando veniva nel mio studio mi diceva che era in contrasto con il figlio ma senza entrare nel merito», spiega, «diceva che Simone era fatto a modo suo e che era sempre più pesante andargli dietro. In alcune occasioni mi ha detto “mi ammazzo” e mi chiedeva di voler essere ricoverato in ospedale». Ricorda, a questo proposito, l’impegnativa fatta il 5 ottobre proprio per un ricovero nel reparto di pediatria. Riferendosi a Simone racconta come in alcune occasioni gli avesse detto di avere un tumore allo stomaco. «Furono fatti degli accertamenti anche con ricoveri in ospedale», dice a questo proposito, «ma nulla è emerso». Aggiungendo come nel suo studio si presentasse spesso Giuseppe. «Simone lo vedevo poco», precisa, «mentre il padre Giuseppe veniva spesso».
SIMULAZIONE DEL TRAGITTO. Tra i testi citati dalla Procura il luogotenente dei carabinieri del nucleo investigativo di Ancona Massimo Prudenza, il militare che nel dicembre del 2017 insieme ad altri colleghi fece la simulazione del percorso che sarebbe stato fatto dall’auto dei Santoleri in quel tratto di statale 16 (nel territorio comunale di Porto Sant’Elpidio) con, ipotizza l’accusa, il cadavere della donna. «La targa è stata rilevata da un sistema in uso alla polizia municipale di quel Comune» dice il carabiniere.
LA LETTERA DEL DETENUTO. Da ieri nelle mani della Procura, e nelle prossime ore anche dei vari legali, la lettera che un detenuto ha scritto alla corte d’assise e che ieri mattina Conciatori ha consegnato al pm. Si tratta di uno dei reclusi entrati nelle indagini preliminari laddove si parla di conversazioni fatte con Simone (all’epoca recluso a Castrogno ed oggi a Lanciano) proprio sul delitto. Simone è difeso dagli avvocati Gianluca Reitano e Gianluca Carradori, mentre Giuseppe è difeso dagli avvocati Alessandro Angelozzi e Gennaro Cozzolino.
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