Scoperta la “catena cinese” per imbrogliare il fisco

25 Settembre 2015

Attraverso ditte fittizie e fatture per operazioni inesistenti due coniugi asiatici abbattevano gli utili della loro azienda di jeans per non pagare le tasse

TERAMO. Il trucchetto di emettere fatture false per operazioni inesistenti in modo da frodare il fisco è, purtroppo, diffuso e arcinoto e quando qualche imprenditore viene pizzicato la cosa non desta quasi più sorpresa.

Sorprendente, invece, è che questa volta nelle reti della guardia di finanza siano finiti degli imprenditori cinesi, categoria di cui finora la cronaca si era occupata per altre irregolarità – relative soprattutto ai luoghi e alle condizioni di lavoro – ma mai per questo tipo di frode fiscale. Evidentemente negli ultimi anni anche gli imprenditori cinesi – le cui attività costituiscono ormai una fetta rilevante dell’attività economica in provincia – hanno imparato quello che i loro colleghi italiani già mettono in pratica da molto tempo.

Questa volta però gli è andata male e sono stai scoerti. Sette denunce e beni sequestrato per circa 800mila euro rappresentano il bilancio dell’operazione chiamata “Chinese chain (catena cinese)”, i cui dettagli sono stati illustrati ieri dal procuratore capo Antonio Guerriero, insieme con il sostituto procuratore Davide Rosati, titolare dell’inchiesta, e con il tenente colonnello Vincenzo Grisorio, comandante del nucleo di polizia tributaria della Finanza che ha eseguito le complesse indagini che hanno consentito di smascherare la frode. La catena cui fanno riferimento gli inquirenti è quella messa in piedi da due coniugi cinesi, titolari di un’azienda di abbigliamento con sede a Nereto, ritenuti i capi dell’organizzazione nonchè i diretto beneficiari dell’evasione fiscale. I due avevano creato, intestandole a dei loro dipendenti utilizzati come prestanome, delle ditte fittizie, tutte con sede nello stesso edifico, che non svolgevano alcuna attività produttiva se no quella di emettere fatture per operazioni inesistenti. Il giochetto era semplice: i due coniugi acquisivano commesse da varie aziende italiane per la produzione di capi di abbigliamento, in particolare jeans, e poi subappaltavano la commessa alle aziende fittizie da loro stessi create, le quali a loro volta subappaltavano ad altre ditte fittizie sempre riconducibili ai due coniugi.

In questo modo facevano risultare dei costi inesistenti, che però servivano ad abbattere gli utili di impresa dichiarati al fisco e di conseguenza a ridurre drasticamente, se non addirittura ad eliminare, le imposte da pagare e in qualche caso l’azienda cinese sarebbe risultata perfino a credito con l’erario. Ai due coniugi sono stati sequestrati diversi beni, tra conti correnti, oggetti preziosi custoditi in cassette di sicurezza, otto unità immobiliari in vari centri della Val Vibrata e un Suv per un valore complessivo di 775mila euro.

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