Siccità e caldo anomalo: apicoltura in sofferenza, il miele è quasi azzerato

Gli operatori: «Con certe temperature le api non trovano il nettare Siamo costretti ad alimentarle noi per non far morire interi alveari»
TERAMO. «La siccità di questa stagione estiva sta dando problemi a molti settori dell'agricoltura, ma quello che sta soffrendo più di tutti è l'apicoltura». A evidenziarlo è un apicoltore del Teramano, Gianluigi Di Bonaventura, che ha diverse arnie in più parti d'Abruzzo, tra cui a Giulianova in via Cavoni e nella riserva del Borsacchio a Roseto, e anche delle postazioni didattiche dove vengono organizzati degli incontri con studenti e con persone disabili. Di Bonaventura, in particolare, spiega i danni che sta provocando la siccità per la raccolta del miele. «In alcune zone stiamo nutrendo le nostre api per non farle morire», precisa Di Bonaventura, «mentre questa doveva essere la fine del periodo produttivo, dove si raccoglieva il miele. Purtroppo, in molti casi, la produzione di miele è dimezzata o addirittura azzerata». Di Bonaventura evidenzia le gravi conseguenze della siccità sul lavoro delle api, insetti che sono responsabili di circa il 70 per cento dell'impollinazione di tutte le specie vegetali viventi sul pianeta, oltre a garantire circa il 35 per cento della produzione globale di cibo. «Il ciclo delle api è strettamente connesso all’ambiente naturale», aggiunge Di Bonaventura, «e se l’ambiente è tutto secco non riescono a trovare la loro fonte di sostentamento, ovvero nettare e polline. E anche il cambiamento climatico incide, perché oramai gli inverni sono abbastanza caldi e le api, che nella stagione invernale fanno una sorta di letargo, consumano le scorte di cibo. Con il freddo inoltre i parassiti che hanno cadrebbero, ma se il freddo non c’è si moltiplicano».
A spiegare con ulteriori dettagli la situazione è l’ex docente e amministratore pubblico Ennio Pirocchi, apicoltore per passione e presidente di un’associazione di apicoltori (l’Assapira) che raccoglie circa 400 associati nel Teramano. «La produzione di miele è pari a zero perché i fiori non producono nettare, non c’è fotosintesi e non c’è acqua sul terreno a causa delle temperature elevatissime. Sopra gli 800 metri, a dire il vero, la situazione è non dico normale ma meno tragica, perché fa meno caldo e piove un po’ di più. Con le temperature che abbiamo avuto fino a due giorni fa in una famiglia media (30mila api), per evitare che all'interno dell'alveare collassi la cera, che comincia a sciogliersi a 50 gradi, quasi tutte le api sono impegnate a trasportare acqua o a fare aria. Devono comunque alimentarsi e intanto la regina non può covare perché il caldo cuocerebbe le uova, così noi mettiamo dello sciroppo per alimentarle e non farle morire, o mettiamo dell’acqua se non ce n'è. In tanti però non lo fanno e così gli alveari muoiono. Per di più è molto diffuso un parassita, la varroa, per cui nascono api deformi. Altro segnale inquietante: in genere i fuchi vengono allontanati dalle famiglie o uccisi dalle altre api a settembre perché consumano cibo e non c'è più bisogno di riprodursi, quest’anno in alcune zone già a metà agosto è avvenuta la strage dei fuchi per cui le regine che nascono non possono accoppiarsi».
Pirocchi conclude: «La situazione è tragica e a quanto pare interventi possibili non ce ne sono. Chi può sposta le api sui mille metri di quota, noi suggeriamo di fare lo stesso».
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