Simone: mai fatte rivelazioni ai detenuti

4 Maggio 2018

Santoleri, accusato insieme al padre di aver ucciso la mamma, si affida ai legali per smentire qualsiasi ammissione

GIULIANOVA. E’ un messaggio che affida ai suoi legali nell’ultima visita che gli hanno fatto nel carcere di Lanciano. «Io non ho mai fatto rivelazioni ad altri detenuti, non ho mai detto niente perchè non so niente di quanto successo a mia madre»: così Simone Santoleri, il 47enne giuliese accusato con il 67enne padre Giuseppe dell’omicidio della mamma Renata Rapposelli, la 64enne pittrice teatina, parla agli avvocati Gianluca Carradori e Gianluca Reitano.
Il riferimento è alle dichiarazioni fatte da tre detenuti del carcere teramano (nei giorni in cui era recluso a Castrogno) in cui l’uomo lascerebbe intendere un suo coinvolgimento nella morte della donna. Dichiarazioni acquisite dal pm Enrica Medori che sono diventate nuovi atti d’accusa con cui la Procura teramana si è presentata davanti ai giudici del Riesame. Magistrati che, nei giorni scorsi, hanno respinto al richiesta di scarcerazione presentata dai difensori per padre (rinchiuso nel carcere teramano) e figlio. «Il nostro assistito», dice l’avvocato Reitano, «nega il contenuto di quelle dichiarazioni, nega ogni contatto con quei detenuti».
Intanto, nei prossimi giorni, dovrebbero essere depositate le motivazioni del Riesame e, sulla base di queste, i difensori decideranno se fare ricorso in Cassazione. Tra i nuovi elementi d’indagine della Procura teramana anche le testimonianze della sorella di Simone e della sua ex compagna già ascoltate nei mesi scorsi ad Ancona prima che l’inchiesta passasse a Teramo. Secondo inquirenti e investigatori di due Procure, Giuseppe e Simone hanno ucciso la pittrice il 9 ottobre dell’anno scorso quando lei si è recata nella loro abitazione giuliese dopo aver preso un treno da Ancona, la città in cui viveva dopo la separazione da Giuseppe. Lo hanno fatto in casa al termine di una lite scoppiata per questioni economiche, in un contesto familiare di rancore e odio dopo la separazione dei due coniugi e la richiesta dell’assegno di mantenimento da parte della donna. Poi i due, sempre secondo l’accusa, hanno chiuso il cadavere in una busta, lo hanno nascosto nella loro macchina per qualche giorno, coperto con un grosso scatolone e trasportato fino a Tolentino per liberarsene gettandolo in una scarpata sulle rive del fiume Chienti.
©RIPRODUZIONE RISERVATA